Diario africano Tra gli slum di Nairobi un ospedale dal cuore italiano

Abbiamo visitato il Ruaraka Uhai Neema Hospital, centro d'eccellenza sanitaria, fondato dal chirurgo piemontese Gianfranco Morino con la ong italiana World Friends. Dove si dà una speranza a chi non ne avrebbe alcuna

Anche se sembrano sani come pesci e hanno la vitalità di mille piccoli draghi, molti bambini di Alice Village e di Korogocho, uno dei principali slum di Nairobi, sani non lo sono affatto. Tanti sono sieropositivi o tubercolotici e hanno bisogno di controlli regolari e assistenza medica continua. L'ospedale di riferimento per i piccoli malati è il Ruaraka Uhai Neema Hospital, centro di eccellenza inaugurato nel novembre 2008 ed operativo a tutti gli effetti dal marzo 2009. L'ospedale è stato fondato grazie alla determinazione e perseveranza del chirurgo Gianfranco Morino che, dopo aver lavorato per anni in centri sanitari delle aree rurali del Kenya, attraverso la preziosa collaborazione della ong Amici del Mondo - World Friends- di cui è Coordinatore Regionale e delle controparti locali ha fondato il Ruaraka Uhai Neema Hospital, punto di riferimento fondamentale per moltissimi abitanti della capitale kenyota, degli slum e non solo.

Il Neema Hospital è un ospedale privato ma accessibile non solo alla middle class di Nairobi: se questa infatti riesce a pagare da sé le spese mediche, un network di associazioni fa sì che anche gli abitanti delle baraccopoli vengano adeguatamente assistiti senza dover spendere nulla. Senza questa rete di associazioni, chi abita negli slum sarebbe condannato al sistema sanitario pubblico, del tutto scadente e inadeguato. Di questa rete di associazioni fa parte anche Twins International, che attraverso le donazioni degli sponsor assicura ai bambini degli slum di Nairobi un'adeguata assistenza sanitaria.

Il rapporto tra Twins International e il Neema Hospital è di fiducia reciproca tale che a volte può succedere che le prestazioni sanitarie vengano offerte ai beneficiari di Twins International anche anticipando e richiedendo il pagamento solo in seguito.

Se da un lato Twins sostiene il RUNH mandando qui i propri bambini, dall’altro il RUNH stesso sostiene Twins ordinando dal laboratorio di sartoria di Korogocho le uniformi. A Korogocho infatti le donne del laboratorio oltre a lavorare bellissimi kanga -stoffe colorate usate per confezionare borse e vestiti- cuciono le divise dei dottori e degli infermieri dell’ospedale.

Con uno staff di 5 dottori generici e 5 dottori specialisti (Chirurgi, Ginecologi e Waste Management), il Neema Hospital ospita ogni giorno circa 400 pazienti ed è ancora in via di sviluppo. I prossimi progetti sono la costruzione del reparto pediatrico con possibilità di ricovero, la guest house come centro di formazione medica continua e il blocco operatorio. Qui avrà modo di svilupparsi ulteriormente l'attività chirurgica dei diversi reparti e in particolar modo di quello di Maternità. Donne e bambini sono infatti le due categorie più vulnerabili in termini di salute: l'emergenza risulta evidente se si pensa che in Kenya il tasso di mortalità materna è 140 volte superiore a quella in Italia. Quanto la mortalità materna si ripercuota sui bambini, che rimangono così orfani e privi delle cure materne, è fin troppo facile da capire. La mortalità materna è poi maggiore nelle città che in campagna, dove la donna viene comunque sempre assistita da parenti mentre in città, in particolare negli slum, il parto avviene in condizioni di solitudine e degrado.

A farci da guida all'interno dell'ospedale sono Gabriele e Jacopo: il primo lavora per l'amministrazione del Neema Hospital, il secondo per World Friends. Colpiscono la pulizia dei reparti, incluso il Pronto Soccorso, operativo 24 ore su 24 e per niente caotico o confuso, e la gentilezza dello staff, in totale 122 persone di cui solo tre italiani espatriati. Nel laboratorio di analisi si effettua ogni tipo di test, incluso quello per la tubercolosi e l'HIV, quest'ultimo offerto gratuitamente dal governo. Il reparto di radiologia ci sorprende per le strutture molto avanzate e il collegamento, oltre che con specialisti locali, con un esperto in Italia per i casi più complessi.

Ma a colpirci è soprattutto il reparto Maternità che, con i suoi 26 posti letto, da quando è stato inaugurato lo scorso autunno vede circa 150 nascite al mese. Qui facciamo una conoscenza. Si tratta di un minuscolo bebè tenuto da oltre due mesi in incubatrice. È nato a 27 settimane, mi spiega Solomon, l'infermiere che lo assiste, e pesava 900 grammi. Ora pesa un kilo, potrà uscire solo quando arriverà a pesare 1 kilo e otto. "Come si chiama?" chiedo. Non si chiama ancora: qui il nome non viene scelto prima dai genitori. "Sennò c’è il rischio di affezionarsi troppo presto" mi dice con un sorriso triste Solomon. Fino a quando non lascerà il calore dell'incubatrice, questo mostriciattolo aggrinzito si chiamerà Kendi Lucy baby, cioè il bambino di Lucy, la mamma. Buona fortuna Kendy Lucy baby!

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Commenti

bobsg

Ven, 07/09/2012 - 17:33

Siamo sempre i primi ad aiutare il prossimo, ma all'estero ci guardano con irrisione per non dire disprezzo; la vicenda dei Marò in India insegna.

agnello_di_dio

Dom, 09/09/2012 - 03:35

Qualcuno mi spiega che cosa c'entra il fatto dei marò con l'argomento dell'articolo?

bobsg

Lun, 10/09/2012 - 10:00

Era un pensiero allargato per dire che noi italiani siamo sempre i primi a prodigarci per i bisognosi, ma quando si tratta di avere noi un aiuto tutti se ne fregano, sia che si tratti di una catastrofe naturale, sia che si tratti di metterci un po' di solidarietà nelle vicende che, come quella dei Marò, richiederebbe un ausilio per fare pressione sull'India la quale sta violando non so quante leggi internazionali pur di tenere i nostri in gabbia e questo sebbene facciamo parte di una "paccata" di organizzazioni: Nato, Europa, Nazioni unite, ... Chiaro il concetto?