Dieci domande a Sarkozy

È da vent’anni che vedo strattonare la stampa estera per metterla a disposizione dell’ultima dichiarazione di Rocco Buttiglione: tutti pronti a strillare che «il mondo ci ride dietro» non appena il più sfigato stagista yankee si metta a strapazzare il nostro nemico a mezzo del solo articolo che pare interessare oltreoceano e oltremanica: quello dove costume e politica coincidono tra di loro e coincidono, soprattutto, col desiderio di restituirci in termini caricaturali, spaghetti e P38 e Pulcinella e mafia e ladri di biciclette. È dal 1994, da quando cioè il Financial Times scrisse che Berlusconi obbligava i suoi dipendenti a usare shampoo per i capelli grassi, che mi chiedo che tipo di hashish si fumino questi. La verità l’ha detta l’altro giorno Maria Giovanna Maglie a «Omnibus» su La7: scrivano bene o male di noi, l’Italia resta la serie C delle loro corrispondenze estere, un porto franco dove scrivere ogni cosa perché tanto di noi se ne fregano. E noi qui, a credere che una notizia sia una notizia se a darla o riprenderla sono loro. Vogliamo riparlare delle sciocchezze scritte dall’Economist negli ultimi tre lustri? O del fatto che i corrispondenti più notevoli alla fine erano Alain Friedman o Tana De Zulueta? Immaginate che Repubblica domattina formuli dieci domande a Sarkozy, immaginate poi quanto perfettamente gliene freghi a Sarkozy e a tutta la stampa francese.
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