Tutto è iniziato nel 2012, quasi 15 anni fa, e cioè quando Xi Jinping ha preso il controllo della Commissione Militare Centrale, il massimo organo di comando delle forze armate cinesi. In quel periodo, l’esercito cinese (PLA) era ancora costruito attorno alla supremazia delle truppe terrestri e a una struttura burocratica pensata per affrontare le guerre del passato. Nel giro di pochi anni, Xi avrebbe avviato una delle più profonde riforme militari dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese. Due gli obiettivi: preparare la Cina a conflitti moderni, dominati da tecnologia e coordinamento multidominio, e rafforzare il controllo politico del Partito comunista sulle forze armate.
La riorganizzazione militare di Xi
Il risultato è stato un sistema più centralizzato, rapido e aggressivo nella postura regionale, soprattutto attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Come ha ricostruito il quotidiano indiano The Print, la svolta decisiva è arrivata tra il 2015 e il 2016 con l’introduzione dei cosiddetti comandi teatrali che hanno sostituito le vecchie regioni militari.
La Cina è diventata così il secondo Paese dopo gli Stati Uniti a dotarsi di una struttura permanente di comando congiunto capace di integrare esercito, marina, aeronautica e forza missilistica. I sette distretti militari sono stati accorpati in cinque grandi aree operative - Est, Ovest, Sud, Nord e Centro - ciascuna costruita attorno a precise priorità strategiche.
Il Comando orientale, con quartier generale a Nanchino, è focalizzato su Taiwan; quello occidentale presidia Tibet e Xinjiang e segue il confine con l’India; il comando meridionale controlla invece il Mar Cinese Meridionale. Ebbene, una riforma del genere è servita a colmare i limiti di coordinamento tra le varie armi e a preparare il PLA alle cosiddette “guerre informatizzate”, cioè conflitti ad alta intensità tecnologica in cui dati, reti e velocità decisionale contano più del numero di soldati.
Pechino stringe i muscoli
La trasformazione, però, non ha riguardato soltanto l’efficienza militare. Xi ha usato la riforma anche per consolidare il proprio potere personale. Negli ultimi anni migliaia di ufficiali sono stati colpiti da campagne anticorruzione che hanno investito perfino i vertici della Commissione militare centrale.
Le epurazioni, per l’esattezza, hanno eliminato reti di potere autonome all’interno delle forze armate, aumentando la dipendenza politica dell’apparato militare dalla leadership del Partito comunista.
Allo stesso tempo la Cina ha investito in droni, guerra elettronica, intelligenza artificiale e sistemi di comando integrati, con esercitazioni sempre più frequenti attorno a Taiwan. La nuova architettura militare cinese punta infatti a garantire una risposta coordinata e rapidissima in caso di crisi regionale.
Certo, restano ancora alcuni problemi strutturali: rivalità tra le varie armi, difficoltà logistiche e timori che la fedeltà politica venga
premiata più della competenza operativa. Ma dopo un decennio di riforme, il messaggio di Xi appare chiaro: il PLA non deve essere soltanto un esercito moderno, ma soprattutto l’armatura del Dragone cinese.