Gli Stati Uniti si preparano a compiere un passo che potrebbe segnare un cambiamento profondo negli equilibri interni della NATO: Washington sarebbe pronta a cedere a comandanti europei alcuni incarichi di vertice nella catena di comando dell’Alleanza, mantenendo però il controllo delle posizioni strategiche più cruciali. La scelta si inserisce nel contesto di una pressione politica e militare crescente affinché l’Europa assuma un ruolo più centrale nella propria difesa, mentre gli Stati Uniti dovrebbero riorientare parte delle proprie priorità verso l’Indo-Pacifico e la competizione con la Cina.
La notizia giunge in una fase delicata: la guerra in Ucraina continua a ridefinire la postura di deterrenza dell’Alleanza e il dibattito sulla sostenibilità del “modello NATO” resta aperto, soprattutto rispetto al peso finanziario e operativo sostenuto da Washington.
La svolta nei comandi NATO: da Napoli a Norfolk, gli Stati Uniti riducono la leadership diretta
Gli Stati Uniti sarebbero pronti a rinunciare a due incarichi di comando di alto profilo, affidandoli a figure europee. Il punto centrale della notizia riguarda in particolare il Joint Force Command di Napoli, uno dei principali comandi operativi della NATO, storicamente guidato da un ufficiale americano. Napoli non è un quartier generale simbolico: è un nodo strategico essenziale per le operazioni e la pianificazione dell’Alleanza nel fianco sud, area tornata di grande interesse dopo l’instabilità cronica nel Mediterraneo allargato, le crisi in Medio Oriente e l’attenzione crescente alle rotte marittime e alla sicurezza energetica.
L’altro comando è quello di Norfolk, negli Stati Uniti, un comando che negli ultimi anni ha acquisito un peso crescente perché collegato alla sicurezza delle linee di comunicazione transatlantiche. In un contesto in cui la NATO considera di nuovo prioritario garantire il collegamento logistico tra Nord America ed Europa, la funzione di Norfolk è diventata cruciale: significa pianificare la capacità dell’Alleanza di muovere forze e materiali attraverso l’Atlantico in caso di crisi su larga scala, come quelle legate alla minaccia russa.
La scelta americana non implica un arretramento completo degli Stati Uniti dalla struttura NATO, ma segnala una tendenza: ridurre il controllo diretto su alcune leve operative, lasciando agli alleati europei una responsabilità più visibile nella gestione militare quotidiana.
Una NATO più “europea” ma non autonoma: cosa resta saldamente nelle mani di Washington
Nonostante la portata politica della notizia, gli Stati Uniti manterranno comunque il controllo di incarichi decisivi, a partire dal ruolo più importante dell’Alleanza: quello di Supreme Allied Commander Europe (SACEUR), tradizionalmente assegnato a un generale statunitense. Si tratta del comando supremo delle forze NATO in Europa, il vertice assoluto della struttura militare integrata: conservarlo significa mantenere la guida strategica della deterrenza e della pianificazione generale, soprattutto rispetto al fronte orientale e al rapporto diretto con la Russia.
Questa distinzione è essenziale per comprendere la reale portata della riforma. La NATO non sta diventando improvvisamente un’organizzazione a leadership europea: piuttosto, Washington sembra orientata a una redistribuzione delle responsabilità operative, in modo da ridurre l’impegno diretto su alcuni dossier senza rinunciare alla capacità di controllo politico e militare complessivo.
Dal punto di vista internazionale, può essere letto come un segnale coerente con un trend più ampio osservato negli ultimi anni e discusso in più sedi diplomatiche: gli Stati Uniti continuano a chiedere all’Europa non solo di aumentare la spesa militare, ma anche di sviluppare una capacità di comando reale, cioè la possibilità concreta di dirigere operazioni complesse. La questione non è solo finanziaria, ma di competenze e catena decisionale. Se l’Europa assume il comando di strutture come Napoli e Norfolk, si assume anche parte della responsabilità politica in caso di crisi.
In altre parole, il messaggio implicito è chiaro: gli Stati Uniti vogliono una NATO in cui l’Europa sia meno “cliente” e più “partner operativo”, pur mantenendo Washington la guida strategica finale.
Il significato geopolitico della scelta
Il trasferimento di incarichi di comando arriva nel bel mezzo di una trasformazione strutturale. L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato l’Alleanza a una logica da confronto diretto tra potenze, imponendo una revisione delle dottrine di difesa, del dispiegamento di truppe e della gestione delle infrastrutture militari europee. In questo scenario, spostare responsabilità operative verso gli europei significa anche spingere i Paesi membri a rafforzare l’apparato militare integrato non solo sul piano degli armamenti, ma anche su quello della governance.
Sul piano politico, la mossa è anche come un segnale verso Mosca. Se da un lato gli Stati Uniti mantengono la leadership strategica, dall’altro l’Europa viene spinta a mostrarsi capace di gestire direttamente la postura militare dell’Alleanza. Questo potrebbe rafforzare la credibilità della deterrenza NATO, perché indica che non tutto dipende da Washington e che il continente europeo può sostenere un livello più alto di responsabilità operativa.
Allo stesso tempo, emerge un’altra chiave interpretativa: la volontà americana di concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina. Una dinamica già visibile negli ultimi anni, in cui la strategia statunitense tende a privilegiare l’Indo-Pacifico. In questa prospettiva, ridurre la presenza americana in alcune posizioni NATO – senza però perdere il controllo del comando supremo – permette agli Stati Uniti di alleggerire parte del carico gestionale europeo senza rompere l’architettura transatlantica.
Resta però un elemento di incertezza: l’effetto politico interno in Europa.
Se la scelta americana dovesse concretizzarsi, alcuni governi potrebbero interpretarla o come un’opportunità di rafforzamento dell’autonomia europea ovvero temere che si tratti di un primo segnale di disimpegno progressivo. È proprio questa ambivalenza a rendere il passaggio potenzialmente decisivo: non tanto per il cambio di nomi sulle targhe dei comandi, quanto per il messaggio politico che invia sul futuro atlantico.