Cronaca locale

Diffamazione, il giudice assolve Corona: «Ma non è capace di analisi profonde»

L'ex agente dei fotografi, che era stato denunciato da Simona Ventura, aveva scritto una lettera di riconciliazione. Ma per il tribunale non è stato in grado nemmeno di esprimere quello che pensava

E va bene che un'assoluzione non si butta mai via, ma insomma. A Fabrizio Corona, l'ex re dei paparazzi, sono toccate parole assai poco lusinghiere da parte del tribunale. Prosciogliendolo dall'accusa di aver diffamato Simona ventura in una lettera pubblicata da «Chi» il 26 agosto 2009 a due settimane da una lite avvenuta tra loro in una discoteca di Porto Cervo, i giudici spiegano che l'agente dei fotografi non è nemmeno in grado di scrivere quello che pensa. Accade che che sul settimanale di gossip «Chi» viene pubblicato un intervento in cui Corona spiegava che avrebbe potuto «scrivere un libro sulla "Simona segreta"». Apriti cileo. La venturea lo ha denunciato per diffamzaione, sostenedo che quelle parole volevano alludere a chissà quale vergognosa vicenda. Niente di tutto questo. Per i giudici, infatti, Corona non alludeva a cose «poco nobili» (come del resto inteso dai lettori nei commenti alla sua lettera pubblica), ma si riferiva a «una persona con una sua sfera di riservatezza con aspetti più intimistici, che forse rappresentano il vero valore di un individuo». Però - e arriva la stoccata - questa è «l'interpretazione data dal tribunale alle parole contenute nella lettera», mentre non è possibile «arrivare ad attribuire a Corona un'analisi sofisticata e profonda» di quello che intendeva dire. Cos'era accaduto? In base a quanto ricostruito dalla pubblica accusa, che aveva chiesto di condannarlo a 1.000 euro di multa, Corona con quella lettera si era reso responsabile di diffamazione, avendo lasciato «intendere ai lettori di essere a conoscenza di episodi salienti della vita privata di Simona Ventura che, qualora fossero stati resi pubblici, avrebbero leso gravemente la sua immagine». Ora nelle motivazioni appena depositate, il giudice della settima sezione penale ricostruisce anche l'antefatto, la lite in Sardegna, che aveva spinto Corona a scrivere pubblicamente alla conduttrice. E sostiene che «nessuno dei due protagonisti aveva affrontato con stile la serata e il prosieguo» e che «vi era, sempre e per tutti, l'alternativa del silenzio». Il riferimento è a quanto avvenuto la notte tra l'8 e il 9 agosto nella discoteca Sottovento. «A dire della Ventura - scrive il giudice -, Corona avrebbe cercato di partecipare alla sua tavolata che era all'interno di una zona definita privè», ma lei lo avrebbe respinto e tra una battuta e l'altra avrebbe commentato, a chi le aveva chiesto di portare Corona alla trasmissione «L'isola dei famosi»: «Con tutti i processi che ha, non so se sarà libero». A quel punto Corona avrebbe cercato di avvicinarsi al tavolo e la situazione sarebbe degenerata. L'assistente di Ventura avrebbe insultato un'amica di Corona, il quale avrebbe reagito dandogli uno schiaffo, provocando l'intervento dei buttafuori. «Corona - prosegue il giudice - avrebbe detto alla Ventura: "Vergognati, a 50 anni non si va in discoteca a quest'ora". E lei: "Corona, non ti conosco, non so chi sei"». Per Calabi, «è verosimile che Corona avesse tentato con veemenza di partecipare alla tavolata della showgirl (d'altra parte le sue modalità sono note e il suo atteggiamento arrogante pure - anche in udienza è stato richiamato) e che vistosi non accetto, si sia risentito». Tuttavia, prosegue, «non si deve dimenticare che sia la Ventura, sia Corona sono persone pubbliche». Per questo, conclude, è «difficile stabilire, per le persone aduse a mettere in pubblico (o in scena, che dir si voglia) i propri comportamenti, le vicende più personali, le questioni professionali, ecc. dove corre il confine tra la sfera privata e la sfera pubblica, tra il diritto alla riservatezza e l'esigenza di notorietà e verificare ove sussista un profilo diffamatorio per affermazioni che li riguardano». Premesso questo, è la stessa Calabi a scrivere che in effetti a seguito della lettera in cui Corona ha parlato di una «Simona segreta», «erano comparsi sui blog lettere e commenti, tra i quali "la Ventura può avere ceduto a ricatti", "Se Corona parlasse non ne resterebbero molti fuori di prigione", o anche "Per finire che cosa vorrebbe raccontare di nuovo che già non si sappia"». Ma ciò nonostante, come dichiarato da Corona al processo, per Calabi non c'era un intento diffamatorio. Questo perché la lettera comincia con delle scuse alla conduttrice per quanto accaduto il 9 agosto precedente e conclude con un invito «a mettere da parte il suo astio e a bere un caffè insieme». Quindi con una «proposta di una riconciliazione». Insomma, Corona intendeva riferirsi alla Ventura come di «una persona con una sua sfera di riservatezza, una persona non sempre sotto i riflettori e alla ribalta, ma con aspetti più intimistici, che forse rappresentano il vero valore dell'individuo». Anche se non è stato capace di farlo in modo appropriato e il tribunale ha dovuto dare un'«interpretazione» alle sue parole, perché il ragionamento vale, ma «senza arrivare ad attribuire a Corona un'analisi sofisticata e profonda».

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