Il direttore di Avvenire ha mentito

Anzitutto un ringraziamento non formale ai lettori del Giornale che hanno ripreso in numero impressionante a leggerci e a sostenerci con forza, come dimostra la valanga di lettere giunte in redazione. Purtroppo non è possibile pubblicarle tutte, e di questo ci rammarichiamo. La vicenda Boffo ha scatenato un putiferio con pochi precedenti: segno che l’interesse per i fatti raccontati da noi è enorme. Non si tratta del piacere perverso di ficcare il naso nel privato di un uomo di potere quanto, piuttosto, di documentare il doppiopesismo di certa stampa e di certa politica.
Missione compiuta. Le reazioni ai nostri servizi sono state violente. Siamo stati accusati di ogni nefandezza e continuiamo a essere oggetto di insulti. Ai moralisti professionali non importa la cosa fondamentale. E cioè: l’episodio di cui si parla è vero o no? La conferma della notizia è scritta nel decreto penale di condanna (Tribunale di Terni) del direttore di Avvenire. Altro che patacca. Altro che informative dei servizi segreti. È un atto pubblico messo a disposizione dall’autorità giudiziaria ai giornalisti, che hanno chiesto di compulsarlo e fotocopiarlo; la prova che il reato di molestie è stato accertato, così come non ci sono dubbi che quelle molestie erano a sfondo sessuale.
Boffo, secondo il decreto di condanna, ingiuriava una donna «anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno». Quindi il direttore di Avvenire ha mentito. Aveva detto che il sesso non c’entrava e qui risulta il contrario. Per quali motivi egli molestava la signora? Si può immaginare. Ma sarebbe meglio fosse Boffo a chiarire una buona volta la storia, poiché il Tribunale di Terni ha dichiarato, per bocca del Gip, Pierluigi Panariello, che i particolari rimangono nel fascicolo in quanto suscettibili di interpretazioni, e solo le parti del processo sono autorizzate a prenderne visione. Boffo è una parte ed è in possesso di tutti gli atti; se intende sul serio chiudere il discorso deve renderli noti.
Il nocciolo della questione comunque è nel decreto oltre che nelle parole del Gip. È ingenuo voler minimizzare come fanno Boffo e i suoi difensori d’ufficio con o senza abiti talari. Conviene accettare l’evidenza dei fatti e magari spiegarli fornendo le carte, non limitandosi a dire che il telefono galeotto era sì del direttore di Avvenire, ma veniva usato da altra persona. Perché questa è una balla cui i magistrati non hanno creduto e nemmeno preso in considerazione per manifesta inattendibilità.
La domanda è la seguente: perché Boffo molestava la donna? Gelosia? Gelosia eterosessuale o omo? È ininfluente. Non abbiamo simili curiosità perché ciò che accade nei letti altrui è coperto non solo dal segreto istruttorio ma pure dalle lenzuola.
Però il molestatore, per favore, la smetta di negare e di strillare che il Giornale si è costruito in casa un dossier bugiardo. Finora qui di bugiardo c’è solo lui. Il quale, se avesse ammesso subito la consistenza della notizia, avrebbe fatto cessare il polverone nel giro di 24 ore. Coraggio, Boffo. Rompi gli indugi come quando li rompesti per censurare i comportamenti licenziosi (e non i reati perché non ce n’erano) di Silvio Berlusconi.
Naturalmente la Repubblica di ieri ha insistito con le insolenze di D’Avanzo. Che, in mancanza di argomenti, si è sfogato con le villanie nei confronti del Giornale e miei. Lo conosciamo abbastanza per non stupirci. E sappiamo che anche dopo la lettura del decreto non riuscirà ad ammettere di aver preso un granchio. A lui premono la D’Addario e le ragazze di Casoria: è uno che vola rasoterra; non si occupa di miserie umane, ma insegue le rivelazioni oracolari delle escort.
Ognuno fa quel che può. Antonio Polito seguita a pontificare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ecco il titolo del suo ultimo fondo sul Riformista: «Feltrusconi e il giornalismo olio di ricino». Polito è un professore smemorato. Rimprovera a me uno stile che è il suo. Pensate. Ha un redattore dedicato ai pettegolezzi sul premier che compone un articolo al dì su questa e su quella signorina compiacente. Non pago, un giorno ha sbattuto in pagina il brano di un libro vergato da una fanciulla generosa; una specie di romanzetto nel quale si identificava un ministro della Repubblica dileggiato per via dei suoi tic sessuali.
Una minuziosa descrizione degli orgasmi governativi.
Però, che giornalismo fine.
Ma andate all’inferno; laggiù cari colleghi ci incontreremo tutti, più tardi possibile.