Il disastro della città col cielo rosso

A Taranto si è consumata una strage ambientale lunga 50 anni: ora un libro racconta che cosa è successo e come si vive «a quindici passi» da un vulcano pronto a esplodere

L'anticamera dell'inferno si chiama Tamburi. È un quartiere di Taranto. Lì bastano solo quindici passi e ci si trova di fronte l'impianto siderurgico più grande d'Europa. Oggi è l'Ilva, all'inizio si chiamava Italsider. Il Quarto Centro siderurgico, come prevedeva il piano di costruzione, nel 1959. Allora, cinquant'anni fa esatti, Taranto esulta. L'industria sotto casa: posti di lavoro, stipendio sicuro, casa, famiglia. Futuro. Nessuno immagina, allora, che quel futuro sarà cosparso di diossine. Che Taranto diventerà «la città più inquinata d'Italia, probabilmente d'Europa». Così spiegano oggi ai cittadini della città pugliese. E così scrive un altro pugliese, Giuliano Foschini, un giornalista che si è messo a indagare su «un disastro ambientale silenzioso», quello che si è consumato a ridosso dell'Ilva.
Dalle sue indagini è nato un libro, Quindici passi, pubblicato da Fandango, che racconta la storia dell'Ilva, di Taranto, e del quartiere Tamburi. Dove i bimbi disegnano cieli neri come il fumo e le donne spazzano dai balconi e dai pavimenti quarzite rossa. Dove le cappelle al cimitero di Brunone ormai si verniciano di rosa, perché tanto è il colore a cui sono destinate le pietre. E perfino le pecore diventano un rischio, coi pastori della zona costretti a sopprimere greggi intere. È la diossina. Livelli dalle venti alle undici volte superiori al limite stabilito in tutto il resto del mondo. È solo nel febbraio di quest'anno che un accordo fra l'azienda, il governo, la regione, i sindacati e l'agenzia regionale per l'ambiente ha stabilito un limite alle emissioni da rispettare entro la fine del 2010, ricorrendo alle tecnologie più innovative. Un accordo arrivato dopo anni di battaglie.
Un giorno di primavera, nel marzo del 2004, soffiava vento forte, da nord ovest. Racconta Foschini che allora fu come se tutta Taranto fumasse, come certi tabagisti accaniti. «Quel giorno tutti, bambini compresi, hanno fumato 128 sigarette». E ovviamente è al Tamburi che quel vento ha portato più fumi, più sostanze tossiche. Perché lì vivono gli operai, a ridosso dell'impianto. A quindici passi dal posto fisso, ma ancora più immersi nei veleni dell'aria.
Una strage silenziosa, lunga quasi mezzo secolo. «A Seveso fuoriuscirono circa 3 chili di diossine in un giorno, a Taranto il doppio in 40 anni». Ci sono state le condanne, ci sono state le malattie. I tumori che a Taranto colpiscono il 31 per cento in più che nel resto della provincia. Ci si ammala più di frequente «e non di tumori qualsiasi, ma di quelle tipologie di cancro che hanno una relazione specifica con l'inquinamento ambientale». È questione di numeri e di mappe: «A Taranto ci si ammala di geografia, basta essere nati a Manduria, trenta chilometri più in là, per essere fortunato». Ma a volte sono molto meno di trenta chilometri a segnare un destino. Se il vulcano è vicino, pronto a esplodere, bastano anche solo quindici passi.
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