Un discorso pieno d’affetto ma non ha mai citato Israele

È stato un incontro entusiasmante. Rimane un dubbio: perché il Pontefice ha parlato solo di «Terra Santa»?

Ine ma tov u ma naim shevet ahim beyahad. Com’è bello e com’è dolce sedersi insieme da fratelli. Il salmo lo dice, e ieri non è stata retorica: quando lo hanno ripetuto sia Rav Di Segni che Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, l’ha cantato il coro, si è avuto il senso di come sia possibile cambiare, svoltare, forgiare la storia con la volontà. Quante ferite nel rapporto fra cristiani e ebrei, e quale ammirevole gesto di amicizia. Il pubblico fitto degli ebrei romani ieri ha riempito la sinagoga, ha coperto di affetto e di rispetto Papa Ratzinger, e Papa Ratzinger ha a sua volta dardeggiato simpatia, per quello che si può capire dal sorriso timido e tutto preso nel suo ragionamento, con molteplici sguardi e segni personali affettuosi agli ex deportati e a Rita Levi Montalcini, oltre che alla sinagoga calda, cerimoniale, ecumenica con gli alti cappelli, gli abiti, i tallit roteanti, i canti tenorili e ben intonati, che solo a Roma sono così italiani.
L’antisemitismo e la Shoah sono stati protagonisti del discorso del Papa, il puntiglio della memoria che ha ripercorso la tragedia ebraica risponde chiaramente alle polemiche sui vescovi lefebvriani (come dire «non ho un briciolo di simpatia per le loro tesi»), la lode per chi cercò di salvare gli ebrei ha messo un punto personale sulla polemica su Pio XII: take the best, forget the rest, prendiamo ciò che c’è stato di buono e dimentichiamo le mancanze, dedichiamoci insieme alla memoria dei giusti. Del resto il bel discorso del presidente Riccardo Pacifici della comunità romana gliene aveva dato l’offa, da una parte condannando i colpevoli silenzi e dall’altra ricordando le suore che hanno salvato suo padre Emanuele bambino nascondendolo. Il Papa ha detto in sostanza: «Non dimentichiamo i giusti, e noi ricorderemo sempre con intenzione e determinazione la Shoah, e così sconfiggeremo l’antisemitismo».
La storia ebraico cristiana, difficile, tragica, non è volata via, ma ha lavorato, elaborato, con le sue falle, ma in avanti. Ebrei e cattolici ieri hanno messo qualche mattone a un patto di amicizia «in progress» inaugurato nel ’63 da Giovanni XXIII: in nome dei dieci comandamenti, dell’unicità del Creatore, dell’amore per la vita... buone ragioni ne sono state date a bizzeffe. Vedere curare una ferita plurimillenaria è come restituire la vita a un animale preistorico. È entusiasmante. Giustamente i discorsi dei protagonisti ebrei, entusiasti e benedicenti, erano però cauti, un po’ sospettosi. Qualcosa dentro punge, ricorda gli ebrei romani rotolati nella pece e nelle piume, tenuti prigionieri nel ghetto, ricorda le deportazioni su cui ci fu il silenzio della Chiesa. Ha detto orgoglioso Rav Di Segni: «Eravamo chiusi, limitati nei movimenti. Con l’epoca della libertà è venuta quella della pari dignità e del rispetto reciproco. Qui è la base del dialogo». Il discorso del Papa è stato addirittura audace nell’affettuosità, nello scorgere identità e analogie; forse più esposto, ma incerto e perplesso su alcuni punti fondamentali, come l’evangelizzazione e Israele. Punti difficili da delimitare teologicamente, così che poi non si è capito bene cosa volesse dire che gli ebrei per formazione, per origine, sono già predisposti alla vera religione, che naturalmente per un Papa non può essere che la sua. E soprattutto, benché variamente lodato per la grande svolta del riconoscimento di Israele che la Chiesa intraprese con Giovanni Paolo II, e per il suo viaggio, il Papa ne ha riportato la memoria nominando ben quattro volte la «Terra Santa». Non ce l’ha fatta, non ha voluto proferire il nome che gli ebrei amano più, cui appartengono tutti: Israele. È strano: avevamo ipotizzato che ormai la Chiesa, riconoscendo, come ha fatto, Israele, avesse rinunciato a negare questo nome agli ebrei, facendosi il verus Israel. Siamo certi che il Papa non pensa che perché la Chiesa abbia un senso Israele non debba portare il suo nome.
Di Segni ha individuato in una comune battaglia per salvare la Terra dalla rovina ecologica un bel programma futuro. È un’idea gentile e non controversa; tuttavia abbiamo la sensazione che l’impellenza più netta dell’alleanza ebraico-cristiana sia la difesa della democrazia e dei diritti umani, da grosse, pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l’integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani e ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace. La parola pace, shalom, è stata ripetuta da tutti. Ma quando sentiremo parlare i capi religiosi di che cosa fare, qui, nel mondo, sul campo, perché la pace non venga scardinata da forze malefiche al lavoro? O il male è stato bandito a nostra insaputa?
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