Dostoevskij: il delitto, il castigo e la pietà

Delitto e Castigo non è semplicemente un romanzo. Come romanzo lo si può discutere, se ne possono elencare pregi e difetti, se ne può fare l’oggetto di osservazioni critiche. Lo si può anche leggere tutto d’un fiato, come una grande storia romantica piena di destini commoventi e inquietanti.
Ma Delitto e Castigo è ben più di questo. È, come l’Iliade e la Divina Commedia, un libro-cardine, uno dei testi nei quali è descritta in modo più compiuto la coscienza che la nostra civiltà ha di se stessa in rapporto a uno dei temi capitali di ogni civiltà: il rapporto tra giustizia, legge e persona.
Lo spunto narrativo è semplicissimo. Un povero studente di nome Rodion Romanovic Raskolnikov vive a Pietroburgo, in una sordida stanza d’affitto. Ciò che lo opprime maggiormente è la consapevolezza di possedere un grande potenziale umano cui, però, un’infinità di vincoli sociali, primo fra tutti la povertà, impedisce di manifestarsi.
La società, con le sue leggi e le sue regole, appare agli occhi del giovane come un ostacolo insormontabile alla realizzazione della propria vita.
Esistono persone, come la sua affittacamere, Alëna Ivanovna, una vecchia usuraia odiosa, che godono di ricchezza e di una posizione molto più elevata nella società senza aver mai dato niente al mondo.
Chi di noi, in un momento della sua vita, non si è posto domande analoghe?
Ma Raskolnikov, nella macerazione della sua solitudine, va oltre le domande e concepisce un nuovo progetto sulla propria vita. Per ristabilire un minimo di giustizia, conclude, non si può fare altro che superare i vincoli imposti dai costumi e dalle leggi. È una delle tante varianti del mito del Superuomo, nel quale il giovane si identifica fino a compiere il delitto «giusto».
La vecchia usuraia, simbolo della paralisi che soffoca gli uomini migliori, cade uccisa da Raskolnikov. Ma sulla scena del delitto compare l’imprevisto: la mite sorella di Alëna, Lizaveta, che il giovane è costretto a sopprimere.
Chi è Lizaveta? È tutto ciò che circonda e oltrepassa Raskolnikov e il suo sogno ideologico. Oltre il superomismo, oltre l’atto eroico, oltre tutte le considerazioni sulla società che uccide l’individuo, c’è il mondo, la realtà, ciò che esiste sempre, e che è fatto anche della madre e della sorella dello studente, dei loro sacrifici, del loro amore, e anche del suo stesso buon cuore, perché al di là del delirio che lo avvolge Raskolnikov è un uomo buono.
Lizaveta è tutto questo: è l’inevitabile realtà. E lo studente, con l’ingiustizia, uccide anche la realtà.
Il doloroso, talora delirante cammino che seguirà, fra mille personaggi contraddittori - uno su tutti: l’ambiguo, spregevole ma anche generoso Svidrigajlov - avrà una guida: Sonja, la ragazza che si prostituisce per mantenere la madre malata e i fratelli piccoli, e della quale Raskolnikov s’innamora. Un personaggio terreno e insieme angelico che lo aiuta ad accettare la pena per il suo crimine e lo seguirà in Siberia dove dovrà scontarla.
La realizzazione di sé non sta nella riuscita di un programma prefisso, ma nell’imprevedibile rapporto con la realtà. Nel suo inimmaginabile destino, Raskolnikov trova risposta alla sua domanda iniziale.
Questo però non sarebbe possibile senza l’esperienza della bellezza: senza quella luce - tale è Sonja - che non ha nulla di astratto, e si sprigiona solo se sappiamo percorrere l’esperienza umana, ancorché dolorosa, fino all’ultimo passo, fino all’ultima goccia di sangue.