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La dottrina Trump passa da Caracas

Venezuela, Groenlandia, forse altro domani non sono capricci, ma risorse. Energia, sicurezza, strategia. Monroe parlava a una nazione giovane, Trump a un impero stanco ma armato

La dottrina Trump passa da Caracas
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C'è un errore che ripetono molti analisti: dipingere Donald Trump come improvvisatore. È una lettura pigra, consolatoria e sostanzialmente falsa. Trump non è solo istinto: è prima di tutto detonatore di strategie radicate a Washington da decenni. Gli eventi recenti, dal Venezuela alla Groenlandia, passando per Cuba e Colombia, non sono scatti d'ira, ma tasselli di una visione coerente. Si è tornato a parlare di Dottrina Monroe, che Trump ha già deformato e aggiornato in chiave Donroe. La Storia, forse, la consegnerà come dottrina Trump. A intuirlo per primi sono stati i giornali progressisti, dal New York Times in giù.

TRump dà corpo a disegni strategici rimasti nei cassetti di Washington, spesso relegati a meri esercizi politologici: le ricadute sono soprattutto interne, risposta alla stanchezza profonda dell'America.

Non è rottura, ma evoluzione di pensieri radicati nella storia americana, come tutte le dottrine: Monroe, il corollario rooseveltiano, il contenimento della Guerra fredda, l'universalismo post-1989. Trump non spezza queste linee ma le restringe, le indurisce e le rende brutali. America First.

La dottrina, già pubblicata nero su bianco nella National Security Strategy, parte da un dato elementare: l'ordine mondiale a egemonia solitaria non esiste più. Gli Stati Uniti sono fiaccati da decenni di responsabilità egemonica e proiezione globale. L'America di Trump non è quella delle élite, ma del sogno svanito, che non vede più il globalismo come promessa ma come minaccia.

Fukuyama negli anni '90 immaginava la fine della Storia, Huntington prevedeva il ritorno dei conflitti di civiltà. Trump agisce come se Huntington avesse avuto ragione e Fukuyama fosse stato un lusso temporaneo. Gli apparati lo seguono, pur con pesi e contrappesi: la narrazione del presidente imprevedibile è utile soprattutto a loro, mentre la strategia americana prende forma.

Il Venezuela non è stato soltanto liberato, con buona pace dei milioni di venezuelani in esilio dalla diaspora chavista. È stato reclamato. Non per la democrazia, ma per strategia: petrolio, territorio, deterrenza. La Dea che preleva Maduro come narcotrafficante è un messaggio politico: non ti riconosco, quindi non ti devo rispetto. L'appiglio giuridico della richiesta di aiuto esterno di María Corina Machado ed Edmundo González, presidente eletto e riconosciuto dall'Onu, certifica la non casualità dell'intervento. Undici elicotteri che colpiscono il cuore del potere e se ne vanno senza resistenza non sono cinema, ma fotografia malinconica della fine di un regime. Resa possibile soltanto, come sempre, da complicità interne di un sistema che collassa. Un messaggio anche a Mosca: così si decapita un governo in poche ore. Altro che spartizione del mondo.

Venezuela, Groenlandia, forse altro domani non sono capricci, ma risorse. Energia, sicurezza, strategia. Monroe parlava a una nazione giovane, Trump a un impero stanco ma armato.

America First non è isolamento, ma chiusura del perimetro: voce e corpo alla pancia ancestrale dell'America, protetta dagli oceani. Ecco la dottrina Trump. Strategia e controllo continentale. Fine delle guerre inutili, con ritiro da scenari lontani e incomprensibili. Confronto diretto con nemici e minacce storiche, vedi alla voce ayatollah. Europa adulta e finalmente armata: ombrello aperto non su Parigi o Kiev, ma sull'America.

Ogni scelta subordinata al confronto con la Cina, egemone del secolo insieme agli Stati Uniti, a cui non può essere lasciato il controllo del petrolio venezuelano. Il Messico nodo del futuro. L'America Latina tornata centrale, con le sue nazioni.

Tutto ciò che l'apparato americano ha sempre pensato, ma che nessun presidente aveva osato dire a voce troppo alta.

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