Doyle a caccia di fantasmi «nati» nella camera oscura

Il padre di Sherlock Holmes difese un gruppo di truffatori che facevano... riapparire i morti

Dopo Uno studio in rosso e Il segno dei quattro, forse Arthur Conan Doyle si era già stancato dell'ingombrante inquilino del 221B Baker Street. Così decise di passare dal romanzo al racconto, meno impegnativo in termini di tempo. Curiosamente, la prima delle Avventure di Sherlock Holmes uscite nel 1892 è la relazione di un fallimento: Uno scandalo in Boemia. La chiave è in una fotografia che potrebbe compromettere l'imminente matrimonio del re ereditario di Boemia con una principessa scandinava. È l'affascinante ex amante del re, Irene Adler, a possederla, nascosta in casa sua dietro un pannello scorrevole, ma quando il detective ne entra in possesso scopre che quella non è la foto in questione, bensì un gentile omaggio-beffa di lady Adler diretto proprio a lui, il segugio che ha azzannato l'osso sbagliato. Si noti che Uno scandalo in Boemia è un pezzo più unico che raro, essendo l'unico caso in cui Holmes viene battuto da una donna...

Doyle aveva un debole per le fotografie. Durante i suoi viaggi all'estero, per esempio quello in Italia all'inizio del Novecento, ne scattò moltissime, e con una cura da documentarista, più che da semplice vacanziere. Ma qualche anno dopo ebbe a che fare con ben altri scatti. Le immagini erano opera (è proprio il caso di dirlo) di Elsie Wright e Frances Griffiths, due ragazzine di Cottingley, nei pressi di Bradford, West Yorkshire, e ritraevano le signorine in compagnia di... alcune piccole fate alate. Doyle, appassionato di ogni forma di occultismo, venne a conoscenza del clamoroso reportage proprio mentre stava lavorando a un articolo sulle fate richiestogli dalla rivista Strand per il numero natalizio del 1920. Così chiese al teosofo Edward. L. Gardner, della Theosophical Society di Londra, il quale aveva esaminato gli scatti, copia delle portentose immagini e le allegò al suo articolo che quindi uscì con il seguente titolo: «Fate fotografate. Un evento epocale». Il caso fece ovviamente scalpore. Inoltre, sollecitate da Doyle e Gardner, nel '21 le fanciulle produssero altre prove magiche. Soltanto nel 1983 confessarono di aver creato le loro fatine con semplici cartoncini e ritagli per poi appuntarle con gli spilli, in posa accanto a loro...

Un anno prima di questa figura di palta certificata (ma ce n'era bisogno?) dalle responsabili, Doyle si era infilato in un altro ginepraio spiritistico-scandalistico, quello delle «fotografie psichiche». Nell'estate del '19, infatti, si era recato a Crewe, nel Cheshire, per indagare sulla fucina di cari estinti immortalati sulle lastre da William Hope e dal suo Circolo. L'attività di Hope & Co. era nota da tempo, ma a spingere Doyle a verificarla di persona fu il desiderio di ricevere da loro «un segno qualunque da mio figlio, morto l'anno precedente». Si tratta del secondogenito Arthur Alleyne Kingsley, ucciso dalla polmonite il 28 ottobre 1918. Qualcosa, in effetti, ne ricavò: il Nostro si fece fotografare da Hope e «accanto al mio viso, comparve quello di un giovane uomo. Non era un buon ritratto di mio figlio, ma somigliava a com'era circa otto anni prima della sua morte».

Insomma, se da scrittore Doyle sapeva benissimo come coltivare nei lettori la sospensione dell'incredulità, cioè il mettere da parte lo spirito critico per lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla storia narrata, da parte in causa, cioè divenuto personaggio di una storia, divenne vittima della propria sospensione dell'incredulità. Massimo Polidoro, segretario nazionale del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze), nel 2011 dedicò alla vicenda del Circolo di Crewe un articolo comparso sullo Skeptical Inquirer che potrebbe valere come commento a posteriori dall'ottica dello scettico-incredulo. Ma ora abbiamo a disposizione, per la prima volta edito in italiano, anche tutto il faldone con cui sir Arthur Conan Doyle assunse la difesa di Hope e soci dopo che essi erano stati ufficialmente accusati di frode dalla Society for Psychic Research, di cui peraltro lo scrittore era membro: The Case for Spirit Photography, uscito da Hutchinson & Co. il 14 dicembre 1922, tradotto e curato da Alessandro Giammei porta il titolo Fotografare gli spiriti (Marsilio, pagg. 183, euro 15).

È una lettura molto interessante, perché mostra a quali risultati possa condurre il metodo razionale quando è sotteso a una fiducia irrazionale. Si prenda questa riflessione vagamente ellittica: «Con gli spiriti, la cautela è un'ammirevole qualità. E tuttavia un eccesso d'incredulità può rivelarsi persino più dannoso del suo contrario. L'investigatore spiritico ha il compito di filtrare, non di ostacolare, la verità». È vero, ammette Doyle, Hope è un «fanatico». Ma contestualmente l'autore accusa di «attitudine mentale antiscientifica» chi non prende per buone le prove della presenza degli spiriti dei defunti nelle foto in oggetto, vale a dire quelle figure di aspetto ectoplasmatico piazzate accanto a parenti e amici. E all'«investigatore dell'occulto», secondo lui, «basta un solo esempio sicuro per provare l'intervento di forze arcane e intelligenti - il che è il nostro unico e solo scopo. Un solo caso positivo basta a sovvertire tutti quelli negativi che la macchina del fango (l'originale inglese porta the industry, ma macchina del fango rende meglio l'idea, ndr) del più energico smascheratore può collezionare». Dove per «esempio sicuro» s'intende un fatto inspiegabile al netto di qualche strana manipolazione... E comunque con tanti saluti alla formula di Bernoulli sul valore statistico delle prove ripetute.

L'arringa di Doyle affastella le parole di molti presunti testi a favore degli imputati e liquida come una volgare trappola orchestrata dagli accusatori il fatto che incastrò il Circolo di Crewe, colpevole di aver sostituito alcune lastre vergini con altre preconfezionate. Questa è, se vogliamo, la parte più sherlockiana dell'intero pamphlet, fra ipotesi di trafugamenti, di doppi o tripli giochi e dell'intervento di mani misteriose. A capo della quale, tuttavia, il Nostro scivola proprio sulla legge fondante delle indagini condotte dalla sua celeberrima creatura. Mentre in Il segno dei quattro Sherlock Holmes spiegava al dottor Watson che «eliminato l'impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere vero», qui l'autore, a suffragare la bontà della sua convinta tesi innocentista afferma: «Una teoria del genere non può che risultare improbabile, ma l'improbabile è migliore dell'impossibile». Ma in questa indagine l'impossibile non è stato eliminato. È stato deliberatamente ignorato. Elementare, Doyle.

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