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Le due facce del Brasile Ora perde nel calcio ma conquista il mondo

Il Brasile è un mondo che si ribalta: elisarB. Leggi alla rovescia per capire che cosa succede. Il contrario di prima, l’opposto di una volta. Finisce a testa in giù per raccontare il suo paradosso: questo Paese stravinceva nel pallone mentre falliva in tutto il resto e ora si ritrova crollato nel calcio e vincente altrove. Felipe Melo è la favela umana, l’immagine dello sportivo di oggi: prima era il simbolo del riscatto dai margini in cui il Brasile s’era cacciato e adesso diventa l’emblema di un fallimento. Il calcio ha regalato al Brasile il futuro, ora che il futuro è arrivato il pallone diventa l’amarezza del popolo. Il portiere Julio Cesar piange, la stella ha lo squadro basso: sa che la sconfitta contro l’Olanda è la delusione di un Paese che ha cominciato a crederci in tutto il resto e che prende lo schiaffo peggiore da quello che un tempo era la sua speranza. È l’autogol di chi sta giocando all’attacco. Il Brasile adesso è bello, vivace, innamorato di se stesso. È vincente ovunque, tranne su un campo di calcio. Quando riproverà a essere il calcio più forte del pianeta sarà passata una mezza eternità: 12 anni da quel Mondiale di Giappone e Corea che è l’ultimo successo di un Paese che allora era ancora nel Terzo mondo e adesso è nel primo.
Nel 2014 il Mondiale arriverà in Brasile sotto forma di organizzazione: arriverà per meriti politici e non più sportivi. Ecco il paradosso, ancora il sottosopra: il suo punto di forza non è più il talento dei suoi giocatori, ma l’abilità di quella classe dirigente che prima era di serie B. Il pallone era il passaporto, era un traino per l’economia: i calciatori sono sempre stati cervelli, piedi e corpi in fuga, una specie di meglio gioventù che sfuggiva al destino di una vita difficile grazie alle capacità tecniche. Era un sogno quel Brasile: cancellava l’incubo dell’altro Brasile, quello della miseria, dell’analfabetismo, della violenza, dell’indolenza. Oggi è elisarB, ribalta la prospettiva: il calcio è depresso, il Paese è euforico. Il Mondiale del 2014 sarà il party di inaugurazione della nuova era brasileira, le Olimpiadi del 2016, saranno il Gran Galà. Tutto insieme, per non farsi mancare niente, tutto insieme per raccontare al mondo il proprio miracolo: ai ritmi di crescita degli ultimi tempi, tra quattro anni Brasilia, San Paolo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Manaus entreranno tra le cinque economie più forti del mondo. Perché il Brasile è l’unico Paese che ha resistito al doppio uragano della crisi. Il Pil cresce del 5 per cento, il tasso di disoccupazione è inferiore all’8 per cento. mentre il resto del mondo arranca, il Brasile pompa ottimismo: 900mila nuovi posti di lavoro creati nell’ultimo anno, la Borsa che tiene, il real che recupera sempre di più ed rosicchia valore nei confronti di euro e dollaro. Il mondo è pieno di Brasile, spesso senza accorgersene: le esportazioni inondano i mercati di carne, ferro, soia, biocarburanti. Energia per vivere ed energia per camminare. Negli ultimi anni il Brasile ha chiuso tutte le pendenze energetiche che aveva col resto del Sudamerica: non compra più elettricità da nessuno, non dipende più da alcuno. Hanno scavato i brasiliani. Hanno trovato: lungo le sue coste hanno cominciato a pescare petrolio, nel suo entroterra hanno piantato così tanta canna da zucchero da diventare il primo produttore mondiale di Etanolo, il biofuel con cui praticamente viaggia ogni automobile brasiliana. Non ha bisogno di chiedere perché ha, non ha bisogno di pagare perché vende: da anni esporta più di quello che importa. Ha chiuso i conti, ha saldato i debiti con il resto del mondo. Li ha chiusi anche all’interno: per la prima volta da quando è una Repubblica, la classe media è più numerosa di quella dei poveri. È l’America degli anni Cinquanta, è l’Europa degli anni Sessanta. Il Brasile dei duemila sorride: milioni di suoi figli escono ogni anno dalla miseria per prendersi il proprio futuro. Tra il 2003 e il 2008 è successo al dieci per cento della popolazione, cioè a 19 milioni di persone. La rivoluzione non si fa coi forconi o con gli espropri proletari: la rincorsa del Paese passa per il riscatto sociale di chi prima non poteva avere un lavoro, ora l’ha trovato e con quello ha trovato la voglia di vivace, di spendere, di far crescere gli altri. In un anno il reddito pro-capite è aumentato di oltre il 200 per cento.
I numeri riempiono la teste e spesso anche il portafogli: non è che la povertà non esista più, è che la speranza di uscirne è diventata contagiosa. Il mercato interno è in costante crescita e si trascina la fiducia di un popolo che una volta godeva soltanto in poche occasioni: ogni anno durante il Carnevale di Rio e ogni quattro anni con il Mondiale di calcio. Garrincha era l’alegria do povo, i suoi eredi sono la malinconia dei nipoti di quel popolo. Dodici anni senza vincere sono la metà dei 24 passati tra il trionfo del 1970 e quello del 1994, ma sono comunque uno schiaffo troppo forte da assorbire per chi è convinto che il proprio calcio debba essere sempre il migliore. Quel Brasile addormetato nel lavoro e nella vita, s’è trasferito dove ce ne era uno sempre sveglio. Paradossi di un Paese che è una contraddizione costante. Negativa e positiva. Perché dietro alla rinascita c’è quello che nessuno direbbe: in Brasile l'economia è una politica di Stato che non cambia con le elezioni. Lula ha portato alla Banca Centrale Henrique Meirelles, un banchiere amico del nemico del presidente e cioè dell’ex presidente Cardoso. Intelligente, Lula. Meirelles era bravo, allora chissenefrega dell’amicizia con Cardoso. L’opportunismo al posto dell’opportunità, cioè la politica. In patria, nel Contientente, nel resto del mondo. In Sudamerica il Brasile è la potenza che regge e protegge. Si mette allo steso tavolo degli Stati Uniti che per mantenere la loro influenza devono barattare qualcos’altro con Brasilia. Lula poi è capace di mantenere rapporti di amicizia e d’affari con Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi nello stesso momento in cui offre aiuto e collaborazione all’Iran di Ahmadinejad. Trasversale, tanto che è l’unico Paese ad aver aperto una ambasciata in Corea del Nord, a Pyongyang, negli ultimi anni. Tanto che ha aumentato del 40 per cento la propria squadra di diplomatici.

Vuole un posto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, il Brasile. Tratta non più da piccolo, ma da grande. È cioè che una volta faceva alla Fifa, cioè nel pallone. Mondo era quello, mondo è questo. Forse bisognava scegliere e hanno scelto di vincere dove contava di più.

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