La dura vita degli arbitri? È un docu-reality

LocarnoCornuto o venduto, comunque, arbitro. È l’approccio di massa alla categoria meno conosciuta del gran teatro calcistico, quella degli «uomini in nero», stretti tra tifoseria scatenata e pressioni lobbystiche, ma adesso, mentre la ripresa dei giochi incombe, in un quadro non proprio chiarissimo, arriva Les arbitres, singolare docufilm del regista belga classe ’68, Yves Hinant, a dare a Cesare quel che è di Cesare. Intanto, la dice lunga il titolo inglese dell’istruttivo reality sull’uomo-arbitro, ossia Kill the Referee, (ammazza l’arbitro) e quasi quasi i supporters polacchi stavano per fare la pelle ad Howard Webb, fischietto inglese molto contestato anche in Rete (dove giravano minacce di morte per un suo presunto errore in partita). Così fa tenerezza, nel lungometraggio presentato ieri dalla crema arbitrale europea (Howard Webb, Enrique Gonzalez Mejuto, Roberto Rosetti, Peter Fröjfeldt e Pierluigi Collina, ormai designatore di arbitri) sentire papà Webb, ex-operaio col pallino dell’arbitraggio, raccontare in famiglia il disagio di aprire la porta di casa e trovarci le ronde dei malintenzionati.
Come diverte notare la continua intersezione dei piani pubblici e privati, nella vita, a tratti angosciante, degli arbitri in trasferta continua, tra alberghi freddi e spogliatoi obituari, dove in ogni caso trionfa lo spirito di gruppo (i tedeschi, vedendo come si abbracciano i fischietti, baciandosi anche, le mani nelle mani e la bandiera in pugno, prima di entrare in campo, parlerebbero di «Männerbund», cioè di lega maschile, anche vagamente omoerotica). E che dire della signora Rosetti, che dice alle amiche: «Carine le nuove maglie azzurre, eh?», mangiando la pizza davanti alla tivù, mentre il marito, in campo, suda sette camicie e fa gesti da duro. «Mai vista, in casa, quella faccia lì», fa lei in salotto. È, insomma, l’operazione simpatia da parte Uefa, grazie a una sorta di reality, dove gli arbitri, ripresi in diretta, dicono quel che tutti vogliono sentire. Parolacce comprese (e veniamo a sapere che il compito Michel Platini ha insultato, in tedesco, l’arbitro Roth a Tokyo, dopo un goal annullato). «La selezione delle riprese, nel film, serve a mostrare gli arbitri come sono, mentre s’impegnano a far bene la partita», spiega Collina, abbronzatissimo e pronto alle nuove sfide dell’Europa League. «Perché c’è una partita sul terreno di gioco, vista dagli umani, spettatori compresi, ed esiste una partita di macchine e tecnologie: devono avere pari dignità. Gli arbitri applicano le regole, non le fanno. E oggi la posizione è chiara: si privilegia la soluzione umana. Errori compresi». E proprio il lato umano, quindi fallace, emerge da Les arbitres, che narra le storie di alcuni arbitri del Campionato europeo di calcio 2008, alquanto chiacchierato dalla tifoseria e dai piani alti della lobby del pallone.
«Se subiamo pressioni?», ride Collina, lasciando intendere più di quanto non voglia. «Non è divertente vivere nove mesi sotto scorta di polizia, anche se pare uno status symbol. Personalmente, mai pentito della mia carriera. Il momento più bello è stato quando, tra i 17 e i 21 anni, ho arbitrato calciatori più grandi di me. Quello che conta, quando si è in campo, è prendere la decisione giusta. E far conoscere il nostro mondo al pubblico, serve a portare un sassolino alla diga antiviolenza, ora così necessaria».

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