E adesso Dio salvi Fabio In Inghilterra non ha futuro

I tabloid non aspettavano altro, ora il suo "italian job" è finito. Pensava di riuscire dove hanno fallito Eriksson, Keegan e McClaren

E adesso Dio salvi Fabio In Inghilterra non ha futuro

Un campione del mondo, un vice campione del mondo, un maestro di calcio. In quattro giorni il Sudafrica rispedisce a casa roba pesante del football. Lippi, Domenech, Capello, storie e carriere diverse, comunque uguale epilogo. Vincono i calciatori, perdono gli allenatori. L’Inghilterra va in frantumi nella partita della verità. Da oggi prevedo colpi feroci al bersaglio facile, Fabio Capello si prepari a ogni tipo di entrata, anche da dietro, a gioco fermo. Ascoltando alcuni colleghi della stampa inglese debbo pensare che verranno tirati fuori argomenti sgradevoli, con il consueto stile dei tabloid che non guardano in faccia i Windsor, a denominazione di origine inglese controllata, figuratevi un italiano che è venuto a insegnare il football a loro, depositari del verbo (!?); per di più ricevendo un salario a dir poco sontuoso. Dio salvi Fabio, come chiamano per nome, calciatori e giornalisti e tifosi, Capello. Il suo impero è crollato, contro la nazionale si fa per dire tedesca, vista l’onomastica (Serdar, Piotr, Mesut, Miroslav, Lukas, Sami, Cacau), contro un terminal aeroportuale pieno di gente fresca, giovane non soltanto nella testa ma all’anagrafe. Capello ha pensato di poter costruire quello che né Eriksson, né McClaren, ne Keegan, né tutti gli altri allenatori, avevano costruito, una nazionale finalmente consapevole della propria forza, libera da paure e da privilegi.

Dal letame nascono i fiori ma soltanto nelle canzoni di Fabrizio De André. Italian job, avevano titolato alcuni giornali giocando come sempre sul titolo di un famoso film con rapine lungo le nostre strade. Il lavoro dell’italiano non è finito ma si è concluso. Il mondiale sudafricano dovrebbe suggerire un solo concetto: contano i calciatori, sempre di più, conta la loro fame, la loro freschezza fisica e mentale, conta la disciplina, conta l’autorità ma non l’autoritarismo. Gli allenatori sono elementi a margine che hanno assunto, invece, una dimensione esagerata, in assenza di valori tecnici di livello. Chi esalta Maradona, cittì dell’Argentina, dimentica come la sua stessa nazionale si sia qualificata per questa fase finale, dimentica le critiche mosse a Diego Armando per le mancate convocazioni di Cambiasso e Zanetti. Guidare una squadra che può contare su Messi, Tevez, Higuain, Aguero e con Milito in panchina, significa partire con due giri di vantaggio e, al tempo stesso, nel caso di Milito, assoluto protagonista del nostro campionato, smaschera la modesta cifra tecnica della serie A italiana. Fabio Capello sa benissimo che il suo job non ha futuro, che la stampa non aspettava altro, già da tempo, che l’attesa era stata creata da lui stesso con proclami roboanti e dunque le conseguenze vanno accettate. «Non penso assolutamente di dimettermi - ha spiegato a caldo Fabio -. Prima voglio parlare col presidente e capire se ha fiducia in me».

Ma è anche vero che questo è quello che offre oggi l’Inghilterra, soprattutto in difesa, con calciatori logori, infortunati, anziani o inesperti (mentre nei grandi club quei posti sono occupati da giocatori stranieri, Carvalho, Vidic per dire il Chelsea e il Manchester United mentre nel reparto arretrato dell’Arsenal non c’è un solo inglese oltre a Campbell che ha trentasei anni). È lo stesso problema che ha afflitto Lippi, che tuttavia ha lasciato a casa qualche elemento che sarebbe risultato prezioso alle esigenze della nazionale inglese.
Da oggi parte la battaglia d’Inghilterra, i rumours parlano di Roy Hodgson pronto ad accettare il ruolo di commissario tecnico, in attesa che Mourinho, preso tutto quello che ci sarà da prendere a Madrid e in Europa con il Real, torni sull’isola della regina. Da oggi l’ombra di Capello si allunga oltre la Manica, arriva fino all’Italia, sorvola Milano e Torino, sarà presente nei discorsi quotidiani del nostro campionato, sfiorerà le panchine di Delneri, di Benitez, di Allegri. Purtroppo sono ricaduto nella trappola, ho riscritto degli allenatori. Ma non risulta, come dice Platini, che i bambini facciano la raccolta di figurine delle panchine. Meglio Messi e Ozil, Suarez e Robben.

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