E Barack prende tempo anche sul Medio Oriente

L'incontro di martedì pomeriggio fra l'ottuagenario presidente egiziano Mubarak e il presidente Barack Obama segna la fine della tensione che regnava da anni fra Washington e Il Cairo e che dal 2003 aveva impedito al Rais di mettere piede alla Casa Bianca. Dimenticate le richieste di Bush di democratizzazione dell'Egitto, il Rais ha dichiarato che Obama «aveva tolto ogni dubbio dei musulmani verso l'America» ridiventando per Washington «il Leader e l'amico» nel mondo arabo, il suo «consigliere» privilegiato nella ricerca della soluzione del conflitto medio orientale. A Gerusalemme si temeva che l'incontro si trasformasse per Obama nell’occasione di annunciare l'atteso piano per il Medio Oriente. Ciò non è avvenuto e l'annuncio dell'atteso piano, su cui ieri il presidente israeliano Shimon Peres si è detto ottimista. è stato rinviato a settembre. Perché questo rinvio?
Anzitutto il fatto che l'epoca delle vacanze non è la più adatta per sviluppare la pubblicità che un atto così importante richiede. Ma dietro al rinvio c'è il difficile negoziato triangolare - americano, arabo, israeliano - per trovare la formula (e salvare le facce) per far coincidere il minimo delle disponibilità arabe con il minimo delle disponibilità israeliane onde promuovere il «clima di fiducia» fra le parti indispensabile per il rilancio dei negoziati.
Per gli arabi il «sine qua non» confermato da Mubarak è l'arresto di fatto e dichiarato (anche se limitato a un determinato periodo di tempo) della costruzione negli insediamenti ebraici in Cisgiordania e in Gerusalemme orientale come prova di una buona fede a cui gli avversari di Israele non credono. Mubarak ha aggiunto la richiesta della liberazione di Marwan Barghuti, leader di Al Fatah, detenuto nelle carceri israeliane e un rilassamento del blocco di Gaza. In cambio Israele potrebbe essere autorizzato ad aprire «sezioni di interessi» in ambasciate occidentali nelle capitali arabi, ottenere per i suoi aerei civili l'attraversamento dei cieli arabi, e l'allentamento delle proibizione turistiche oggi esistenti. Per il governo di Gerusalemme, convinto che «non si debba dare niente senza ricevere», concessioni del genere appaiono miserie. Ma Natanyahu, nonostante le critiche mossegli dal movimento dei coloni, si rende conto che gli sforzi di Obama di far apprezzare agli arabi l'importanza dell'accettazione da parte della destra israeliana del principio dell'esistenza di due stati in Palestina e il contributo che l'eliminazione di posti di blocco ha dato all'economia palestinese non debbono essere sottovalutati. Del resto una rottura con Washington prima di conoscere le sue vere intenzioni verso l'Iran appare impensabile. Il periodo delle tanto vantate «brecce» sul cammino della pace e in passato regolarmente fallite è finito con Obama. Quello dei piccoli, prudenti passi sulla strada della diminuzione della paura e dell'odio reciproco, sembra incominciato.

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