Poche righe nelle agenzie di stampa che potrebbero anche passare assolutamente inosservate. E che, invece, sarà meglio leggere con attenzione. E meditare. Lo scenario è la missione diplomatica della premier Giorgia Meloni in Asia, l'interno è quello che ospita l'incontro in uno dei Paesi oggi considerati più in ascesa: tecnologica, economica e culturale. "Il prossimo mese si terranno le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina - le parole rivolte a Meloni dal presidente della Repubblica di Corea Lee Jae-Myung - Ho chiesto alla presidente di prestare particolare attenzione alla sicurezza dei nostri atleti e cittadini che visiteranno l'Italia in occasione dei Giochi". Frasi che nella loro semplicità non dovrebbero aver bisogno di particolare esegesi, ma che producono un effetto di straniamento e la necessità di rileggerle con più attenzione. Conducendoci allo stesso risultato e alla considerazione che il presidente della Repubblica di Corea è in apprensione per i suoi atleti e per i suoi concittadini in arrivo a Milano. E il timore è tutto legato alla loro sicurezza fisica. C'è da strabuzzare gli occhi perché quindi la fama sinistra (in ogni senso) della città ha dunque varcato i fusi orari e gli oceani, al punto da mettere in cima alle richieste fatte da Lee Jae-Myung in un vertice istituzionale tra Stati, proprio la difesa dei coreani dalla delinquenza che si annida a Milano.
Al che due sono le reazioni che sorgono immediate: la prima è la difesa campanilista del nostro Paese e la tentazione di invitare il presidente a occuparsi dei delinquenti di casa sua, ma la seconda è il dubbio che forse di quelli in casa nostra non ci siamo occupati abbastanza. Generando un'idea che ha corso veloce per il mondo, raccontando di quanto sia pericoloso venire a Milano. Perfino per gli atleti di un'Olimpiade. Era inevitabile che succedesse. Ed è successo.