E De Magistris «processa» anche Di Pietro

Una lenzuolata a tutta pagina. In teoria, il solito manifesto antiberlusconiano infarcito di scoppiettanti banalità: «Il capitalismo senile che ha preso vigore con la tv commerciale di Berlusconi»; oppure, a scelta: «Il disegno eversivo di questa maggioranza...». Ma se si osserva in controluce l’articolessa firmata ieri sull’Unità da Luigi de Magistris, l’astro nascente dell’Italia dei valori, allora si può leggere il saggetto come una maliziosa critica al padre padrone del partito, conficcato come una spina nel fianco del Pd. Che sia lui, Antonio Di Pietro, il vero bersaglio dietro la foglia di fico del Cavaliere?
Scrive de Magistris che il punto di partenza per rifondare la politica è la questione morale. E che cosa è la questione morale, secondo l’ex Pm passato dalle requisitorie ai comizi senza nemmeno dimettersi dalla magistratura? «Significa spezzare ogni tipo di interesse privato e con comitati d’ affari». Bello a dirsi e facile, facilissimo, sulla carta. Ma, poi, si sa come vanno queste cose: l’interesse privato e il comitato d’affari possono entrare a sorpresa dove non dovrebbero: fin dentro casa. Di Pietro aveva piazzato il figlio Cristiano come proconsole al consiglio comunale di Montenero di Bisaccia, il comune natale, e al consiglio provinciale di Campobasso. E che faceva Cristiano? Chiedeva favori al provveditore per le opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone. Mautone, intervistato da Panorama, tratteggia un affresco che non piacerebbe molto al duro e puro de Magistris: «Cristiano sollecitava continuamente l’ex mio dirigente a Campobasso affinché fosse affidato un incarico a persona di sua fiducia per la sorveglianza della sicurezza dei lavori alla caserma di Termoli. In particolare, era interessato a sapere quali fossero le imprese che lavoravano in zona e indirizzarle, eventualmente, a fornitori di sua conoscenza».
Ah, come la mettiamo con la predica pauperista del savonaroliano de Magistris? Che sbandiera gli articoli 1 e 3 della Costituzione e difende il lavoro, il lavoro inteso come sudore e nemico della raccomandazione, della corsia preferenziale, della ragnatela opaca dei favori. Cristiano, tradito dalle intercettazioni, si è dimesso dagli incarichi pubblici, ma è rimasto nel partito. Del resto, per essere il nuovo che avanza l’Italia dei valori sembra modellata con lo schema antico, antichissimo del clan: il partito appartiene ad Antonio Di Pietro per statuto, compreso il delicato capitolo dei finanziamenti pubblici e il presidente, che è sempre lui, non può mai decadere. Un po’ come i tiranni della Corea del Nord. Intorno a lui, poi si agita la tribù: Cristiano plenipotenziario in Molise; la figlia Antonia giornalista nel quotidiano l’Italia dei valori; la seconda moglie Susanna Mazzoleni nel Triumvirato che rappresenta la cassaforte del partito: la Libera Associazione Italia dei Valori-Lista Di Pietro; il cognato Gabriele Cimadoro deputato e responsabile degli enti locali; la prima moglie Isabella Ferrara tesoriere della Lombardia. Sarebbe questo, per dirla sempre con De Magistris, il partito che si apre come un fiore «al movimentismo, alla piazza, alla rete, al social network?». O non è piuttosto una struttura blindata, inaccessibile come un fortino, impenetrabile grazie all’aiuto di persone legate col sangue?
Del resto se una lista lunga così di amici se n’è andata sbattendo la porta, un motivo ci sarà: certo è vero, come insegna la Rivoluzione francese, che prima o poi troverai uno più puro di te che cercherà di epurarti, ma i Chiesa, gli Occhetto, i Veltri e tanti alti meno noti l’hanno lasciato con parole di fuoco, grondanti sdegno e indignazione. Secondo Alberico Giostra, autore del libro Il Tribuno, «il leader dell’Italia dei Valori è spesso mosso da un primordiale senso di difesa del proprio interesse e tutta la sua biografia è punteggiata da episodi che hanno il denaro come ingrediente essenziale dei conflitti». Insomma, è il manifesto di de Magistris capovolto. Il polo Sud rispetto al polo Nord. Il punto più lontano. Un giorno saranno scintille fra i due? De Magistris farà la guerra al fondatore e punterà il dito contro di lui alla Saint Just? Per ora de Magistris dice che si deve «tornare ai valori, al prevalere del pubblico, degli interessi della collettività». Perfetto. Intanto, il suo punto di riferimento deraglia dai binari minimi della professione forense; l’avevano già pizzicato quando aveva portato via ad un collega una cliente famosa: la ballerina polacca Katharina Miroslawa. Ora, l’avvocato Di Pietro si è superato: ha preso la difesa di un tizio, poi si è convinto che fosse colpevole, l’ha mollato ed è passato a tutelare gli interessi delle vittime. Risultato: l’hanno sospeso per tre mesi dalla professione. È proprio vero quel che afferma de Magistris: «Questione morale non è solo questione penale, ma qualcosa in più». Qualcosa in più, o in meno quando si scivola sulle regole: Di Pietro ha capitalizzato questo spazio grigio quando era Pm, amico dei Rea, dei Gorrini, dei D’Adamo. E sempre lì ha costruito l’Italia dei valori. I suoi, naturalmente.

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