E Gianfranco ora cavalca la rivolta fiscale

RomaFurbo Gianfranco Fini. Proprio nei giorni in cui Berlusconi si danna per far digerire agli italiani una manovra dal sapore amaro dei sacrifici, Fini che fa? Benedice il tea party movement nostrano, drappello di liberisti conservatori che sventolano alta la bandiera del «meno Stato, meno tasse». Niente di male: la battaglia per un fisco non asfissiante ha sempre visto in prima linea il Cavaliere che, anzi, ne ha fatto la parola d’ordine del suo successo politico. Che lo faccia adesso il presidente della Camera suona di paradosso.
Innanzitutto il momento: il governo vara un provvedimento all’insegna del tiriamo la cinghia per raggranellare quattrini (24,9 miliardi di euro, ndr) e per non mandare a pallino i conti pubblici e Fini impugna l’alabarda del «giù le imposte». Quasi una rivolta fiscale in odio allo Stato piglia tutto. Che tempismo. Esigenza finiana di smarcarsi anche sui temi economici o ennesima conversione sulla via di Damasco?
Sì, perché il probabile intervento di Fini di domani in piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, dove il movimento del tea si radunerà per chiedere una cura dimagrante dello Stato, sa di capriola. Infatti molti «teapartisti» mugugnano sull’eventuale presenza di Gianfranco. L’ex leader della Fiamma, nel proprio Dna, tutto ha fuorché i cromosomi di Adam Smith. L’erede del Msi è sempre stato più Keynes che Cobden, più mercantilista che liberista, più attento allo Stato e agli statali che non alla libera impresa e agli imprenditori. Le sacche del suo elettorato storico sono (erano) gonfie di ministeriali, dipendenti pubblici, piccola borghesia assistita, burocrati. L’assistenzialismo per lui non era mai stato degenerazione della mammella del pubblico ma necessario intervento dell’interesse collettivo a limitare le storture del mercato. Ora invece Fini si tuffa nella teiera cantando «voglio mantenere un figlio in più e un burocrate in meno», felice slogan dei tifosi del tea.
Fini, l’alfiere del big government, adesso va a braccetto di chi detesta la socializzazione del Paese. Addio destra sociale, aiuti a chi non ce la fa, venature anticapitalistiche. Bye bye Ezra Pound e correttivi al liberismo puro che schiaccia nella miseria le classi sociali meno agiate. La terza via destrorsa sa di muffa, né Usa né Urss è diventato dogma stantio. Meglio percorrere il più sicuro sentiero che porta a Washington, dritto dritto nella casa dei conservatori. E che Gianfranco ora corteggi i ragazzi del tea lo dimostra il link di questi ultimi nel sito di Generazione Italia. Un pasticcino con il tea.
Ma la mossa, dal punto di vista finiano, è giusta. Il movimento anti-tasse americano ha appena vinto in Massachusetts. E Scott Brown, il repubblicano, che ha fatto una campagna elettorale tutta imperniata sul contrasto della riforma Sanitaria di Obama e relativi aumenti delle tasse. Proprio in sintonia con il tea party movement. Fini, adesso, cerca di importarne pure la vittoria.

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