E «Repubblica» ora rimpiange il «cpt lager» di Lampedusa

C’era un posto che per Repubblica era il buco nero d’Italia. Senza leggi e senza regole, un lager tollerato, una nostra Bagram: il centro di permanenza temporanea di Lampedusa. Viaggi, inchieste, reportage: il cpt al collasso, gli immigrati trattati come bestie, la vergogna di un Paese razzista e intollerante, di un governo reazionario, di un mondo - il nostro - fatto di perbenismo pronto a chiudere gli occhi sulle schifezze fatte in nome e per conto dello Stato. In quel buco nero c’erano degli uomini che su ordine di un ente superiore applicavano piccole torture agli ospiti, che trattavano da carcerati dei poveri disperati arrivati in Italia per inseguire il futuro. C’era tutto. E non c’è più. Repubblica rimpiange, Repubblica riabilita involontariamente, anzi strumentalmente. L’ha fatto ieri con un articolo a pagina 17: «Lampedusa, l’assedio è finito. Chiude il centro di accoglienza, in cinquanta perdono il lavoro».
Quei cinquanta sono gli ex aguzzini, gli ex violenti, gli ex torturatori, gli ex razzisti per conto terzi.
Evidentemente funziona così dalle parti di Largo Fochetti: quando cambia l’emergenza, cambiano anche i commenti. Una volta l’immigrazione era il tema forte, caldo, polemico: si poteva sparare, si poteva massacrare il governo, si poteva dire che siamo tutti degli schifosi razzisti e che Lampedusa era lo specchio del nostro declino. Adesso che i Cpt sono vuoti, l’emergenza è la crisi economica, quindi i disoccupati. Allora che si fa? Una capriola: riabilitato il vecchio centro lager pur di dire che siamo di nuovi tutti cattivi, e soprattutto che è cattivo il governo, perché lascia a casa i lavoratori del centro di Lampedusa. È semplice, è facile, è immediato. Un inferno si trasforma in Paradiso, un aguzzino in vittima: la parabola è una traiettoria che non tiene conto della realtà vera, ma di quella che si vuole raccontare, i protagonisti sono lo strumento per una battaglia politico-editoriale e non interpreti della vita quotidiana. La giravolta non costa niente, nessuno se ne accorge, perché si fa sempre in tempo a dire di stare dalla parte giusta: prima da quella dei disperati dei barconi, adesso da quella dei disperati che vanno verso il licenziamento. I cattivi, anche quelli, sono sempre gli stessi: stanno a Roma, oppure in Sicilia, o anche a Lampedusa. Possono essere ovunque, purché si capisca che sono esponenti di governo o comunque della parte politica sgradita. Repubblica avrebbe dovuto esultare per la chiusura del Cpt, perché per loro era una infamia. Invece è triste. Non per i lavoratori, però. Né per la società. È triste per sé stessa.
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