Sarà davvero solo rock'n'roll? Inutile lambiccarsi il cervello. Ci hanno provato in parecchi giornalisti, musicisti, persino filosofi senza grandi risultati.
David Hepworth, classe 1950, ha sostanzialmente accompagnato le sorti di quello stravagante carrozzone che è il rock'n'roll o, se preferite, il pop da quando la musica, non lui, ha smesso i panni del poppante e pure quelli dell'adolescente e ha provato a indossare abiti adulti, per quanto non esattamente sobri, e oggi può gettarsi uno sguardo acuto alle spalle. Collaboratore della storica rivista New Musical Express e fondatore di Mojo e Smash Hits, resta una delle penne più brillanti del giornalismo musicale. Non a caso, la sua autorevolezza ha fatto sì che la BBC gli affidasse l'incarico di co-presentatore del Live Aid, nel 1985.
Se la curiosità di sapere qualcosa di più sincero su come ha preso vita e si è diffusa oltre ogni più rosea immaginazione quella stravagante epidemia di slanci altruisti e disinteressati, la sua ultima fatica italiana fa al caso vostro.
Uncommon People Ascesa e caduta delle rockstar (Nottetempo, traduzione di Milena Sanfilippo, pagg 407, euro 22) è un libro sul significato del concetto di rockstar, scritto come meglio sarebbe stato difficile, ricco di aneddoti e racconti di corridoio per niente scontati, nonché distante anni luce da qualsiasi forma di sudditanza psicologica nei confronti di questa o quella star come pure da qualsiasi inciampo celebrativo. Hepworth è stato e continua a essere un grande appassionato. Ma è pure una sorta di scienziato all'opera, uno storico e pure un sociologo, persino un massmediologo. Le lusinghe della fama, con le quali si è misurato per decenni e che gli hanno consentito di muoversi con dimestichezza in un ambiente poco incline a perdonare i peccati di lesa maestà, non gli hanno mai impedito di dire pane al pane e vino al vino.
Uncommon People non fa eccezione. L'allusione a Live Aid non è casuale e non solo perché, da co-conduttore della diretta per la BBC, Hepworth ha avuto il privilegio di toccare con mano retroscena meno edificanti della scintillante confezione data in pasto al pubblico, a partire da invidie e dispetti reciproci.
Uncommon People è il libro musicale perfetto? Poco ci manca. Tanto per cominciare, non siamo alle prese con la biografia di una band o di un solista, dato che protagonisti del saggio di Hepworth sono praticamente tutti i personaggi più in vista nella storia del rock, per lo meno nel periodo preso in considerazione, ovvero il quarantennio d'oro 1955-1995. Led Zeppelin, Jimi Hendrix, U2, Michael Jackson, Ian Dury, per citarne alcuni. Non siamo neppure in presenza di un testo a tema: la figura sfuggente e sfaccettata della rockstar sembra stare particolarmente a cuore all'autore, che ha, però, la capacità rara di miscelare l'amore per la musica con i meccanismi dello show business e, ancor più, di saper distinguere tra i fronzoli e la sostanza.
Il tema del calo della creatività una tappa inevitabile nella carriera di qualsiasi artista sta da sempre a cuore a Hepworth, che ne aveva già scritto nel bel libro 1971. L'anno d'oro del rock (SUR). Con Uncommon People, l'autore spicca un ulteriore salto di maturità, regalandoci uno spaccato del mondo del pop che, sotto la consueta patina di lustrini, mostra sempre qualche crepa.
Il libro è strutturato per snelli capitoli relativi a ogni anno del quarantennio, seguiti da una lista di dieci canzoni e/o album particolarmente significativi. Una specie di guida all'ascolto, mai banale. I personaggi che si susseguono non potrebbero che essere quelli che del rock'n'roll sono diventati leggenda e che, a loro volta, hanno trasformato un genere musicale popolare in un mito dai risvolti socioculturali che nessuno sarebbe stato mai in grado di prevedere. Dagli albori e dalle figure iconiche gente come Elvis e, prima ancora, Little Richard che hanno spianato la strada agli eccessi e ai contrasti di norma associati ai grandi nomi della musica, Hepworth passa ad analizzare perché mai, per esempio, la moda delle band lanciata dai britannici Shadows e soprattutto dai Beatles nei primi Sessanta abbia fatto tanti proseliti. "Le band non erano solo unità dalle performance efficienti che ti liberavano dalla necessità di affidarti all'aiuto di veri musicisti erano anche delle gang e risultavano particolarmente attraenti". Ma è stato solo con la propria presa di coscienza che il pop ha potuto sdoganarsi dall'immagine di musica per adolescenti e ambire allo status di arte e che la stessa figura della rockstar si è ammantata di un misticismo improbabile fino a qualche anno prima. A metterne a fuoco forse sarebbe più opportuno dire in ombra i contorni è stato soprattutto Bob Dylan, incontrato in varie riprese da Hepworth. La sua carriera "insegna che, se si padroneggia l'alone di mistero di una grande rockstar, si può facilmente superare qualsiasi fase travagliata La più grande invenzione di Zimmerman è stato Bob Dylan".
Meccanismi che potevano non essere ancora chiarissimi solo qualche anno prima, quando George Martin, pur manifestando qualche perplessità sulle canzoni dei Beatles e sulla loro capacità esecutiva, aveva perfettamente colto il loro vincente spirito di gruppo, la loro incredibile coesione umana. I quattro di Liverpool non avevano certo la vanità di Elvis, per lo meno non ancora, ma una vitalità mai vista prima sprizzava da ogni loro poro, proprio mentre la parabola del Re era in picchiata irreversibile, una macchietta di se stesso che solo la morte avrebbe rivitalizzato.
Per un tragico gioco del destino, la più grande rockstar dopo Elvis, John Lennon che dell'immagine di teddy boy si era nutrito per tutta l'adolescenza come il suo idolo non avrebbe goduto del primo grande successo post-Beatles, falciato all'ingresso del suo condominio newyorchese dai colpi di pistola di un fan che non si accontentava di un autografo.