Ecco come cambieranno le pensioni

Mercoledì il voto finale della Camera al decreto anticrisi che contiene un emendamento sulla riforma del sistema previdenziale

Il decreto anticrisi che andrà all'esame della Camera martedì prossimo - con voto finale previsto per mercoledì - contiene un importante emendamento in materia previdenziale. Queste le principali novità.
In primo luogo, l'equiparazione dell'età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego, un atto dovuto in risposta alla condanna della Corte di Giustizia Europea. E poi la modifica dei requisiti di età anagrafica, per uomini e donne, per l'accesso al sistema pensionistico a partire dal 2015, che saranno legati all'incremento «della speranza di vita accertato dall'Istat».
L'attuale normativa. Prevede che le lavoratrici pubbliche possano andare in pensione di vecchiaia a 60 anni, cinque anni prima degli uomini. Per le donne è, comunque, possibile proseguire volontariamente il lavoro fino ai 65 anni. Uomini e donne possono ritardare ulteriormente l'uscita di due anni facendone esplicita richiesta all'amministrazione di appartenenza.
La sentenza. Il 13 novembre 2008 della Corte di giustizia europea ha condannato la Repubblica italiana per aver mantenuto in vigore questa normativa. La procedura di infrazione (con la successiva sentenza) non riguarda i dipendenti privati, perché il regime previdenziale amministrato dall'Inps è considerato un regime cosiddetto legale, per il quale la normativa comunitaria consente di derogare al principio di parità di trattamento tra i due sessi.
La proposta. In risposta alla pronuncia della Corte di giustizia europea il Governo prevede di aumentare l'età minima a partire dalla quale le donne del pubblico impiego maturano il diritto al pensionamento di vecchiaia. Il requisito anagrafico viene incrementato gradualmente, a partire dal primo gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al raggiungimento dei 65 anni. I nuovi requisiti diventano: 1 gennaio 2010 - 31 dicembre 2011, 61 anni; 1 gennaio 2012 - 31 dicembre 2013, 62 anni; 1 gennaio 2014 - 31 dicembre 2015, 63 anni; 1 gennaio 2016 - 31 dicembre 2017, 64 anni; dal 1 gennaio 2018, 65 anni.
Le esenzioni. I nuovi requisiti non si applicano alle lavoratrici che al 31.12.2009 hanno già maturato il diritto alla pensione di vecchiaia. In questo caso si prevede la certificazione del diritto acquisito da parte delle amministrazioni di appartenenza.
L'effetto della riforma. Riguarderà un numero crescente di lavoratrici, in ragione della gradualità dell'intervento e dell'effetto del parallelo aumento dei requisiti necessari per la quiescenza anticipata. Nei primi anni verrà coinvolta la sola coorte delle 60enni con anzianità contributive inferiori a quelle richieste per il pensionamento di anzianità. Gruppo che secondo l'Inpdap è stimabile in circa 3.500 unità nel 2010, 4.700 nel 2011 e 6.000 dal 2013. A questa si aggiungeranno le coorti delle 62, 63 e 64enni fino ad arrivare nel 2018 a circa 8.500 lavoratrici. Le simulazioni condotte dall'Inpdap indicano che la nuova normativa porterebbe a un spesa cumulata tra il 2010 e il 2018 di circa 2.429 milioni di euro.
Le nuove «finestre». Per uomini e donne «i requisiti di accesso al sistema pensionistico sono adeguati all'incremento della speranza di vita accertato dall'Istat» e i primi effetti pratici si avranno a partire dal 2015. L'incremento dell'età pensionabile non può superare «i tre mesi, limitazione che vale solo per il primo incremento delle aspettative di vita».
L'utilizzo dei risparmi. I risparmi derivanti dall'aumento dell'età minima per il diritto alla pensione di vecchiaia confluiranno in un Fondo istituito presso la presidenza del Consiglio dei ministri, per finanziare interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza.

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