Ecco il giudice dal martelletto a salve che grazia pirati della strada e ultrà

RomaGiovanni De Donato è un giudice schivo, che preferisce non farsi notare. Nei corridoi chiassosi del tribunale di piazzale Clodio cammina sempre a passo spedito, a testa bassa, quasi sforzandosi per non dare nell’occhio, ogni mattina, con quel grosso casco da motociclista che regge sotto il braccio. È un tipo sportivo, poco formale e parecchio riservato, che dà la precedenza ai fascicoli e non alle chiacchiere con i colleghi. Si tiene alla larga dalle riunioni litigiose dell’Associazione nazionale magistrati e preferisce non schierarsi, non sposare questa o quella corrente, o almeno esporre sulla pubblica piazza il colore politico delle sue convinzioni.
Al suo posto, però, parlano le sentenze che pronuncia e le motivazioni che compila con ineffabile solerzia. Frasi che tradiscono un ideale ben preciso, o almeno ben delineabile di giustizia. Che stridono con il suo silenzio, con il suo profilo basso per definizione. Che fanno discutere, agitano gli animi, scatenano polemiche: è stato lui a condannare ad appena tre anni il romeno ubriaco e senza patente, che guidando contromano un’auto rubata ha ucciso un uomo e ferito gravemente la sua ragazza. Ed è stato sempre lui a comminare la stessa identica pena a un croato che, la mattina del 5 novembre del 2008, sotto l’effetto di alcol e di droga, ha investito e ferito undici persone che aspettavano l’autobus ad Acilia, un quartiere alle porte di Roma. Ancora De Donato, appena una settimana fa, ha concesso gli arresti domiciliari ai due ultrà della Lazio che avevano lanciato sassi e petardi contro una macchina della polizia, infuriati e determinati, a modo loro, a lavare l’onta per la sentenza dell’omicidio Sandri. Nessuno è stato colpito, però poteva finire veramente male. Il pm li voleva in carcere, il gip ha preferito rispedirli a casa.
Con lui, insomma, il martelletto batte, ma non sempre con la giusta forza. Il rumore è attenuato, la punizione c’è ma fa meno male. Lo rileva pure Francesco Storace, che è andato a cercare dettagli sul profilo del giudice e ha scoperto un suo contributo al volume La magistratura progressista nel mutamento istituzionale dal titolo Giurisdizione e cultura democratica nella crisi dello Stato sociale e dello Stato-nazione.
«I titoli - sottolinea il leader della Destra - li fa l’autore. Da quello che leggo mi sembra di intuire un preciso orientamento politico, figlio di una cultura impregnata di pietismo, innanzitutto nei riguardi degli stranieri. Non posso affermarlo con certezza, ma immagino sia orientato a sinistra. Al di là delle ipotesi, io vorrei solo sapere se quest’uomo ha dei figli. Cosa avrà potuto raccontargli, l’altra sera, dopo aver pronunciato un verdetto del genere?». Di certo, anche affrontandolo in corridoio e chiedendoglielo, De Donato abbasserebbe gli occhi e procederebbe oltre. I genitori della vittima dell’incidente sulla via Prenestina gli hanno inviato una lettera-appello esattamente di questo tenore, che conteneva una richiesta precisa: «Se ella ha figli o fratelli - c’era scritto - provi solamente a immaginare da genitore, o da fratello, la sofferenza che ogni giorno viviamo, ripensando al nostro Marco. E si domandi se quella pena sia sufficiente per il male e il dolore che l’omicida ha causato». Giovanni De Donato ha letto quelle righe e le ha messe da parte, in un angolo della scrivania. Poi ha alzato verso il soffitto il suo martelletto e, senza nessun lirismo, a quella lettera ha risposto. A modo suo.

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