Ecco perché i centristi rischiano se vogliono tenersi le mani libere

L’Unione di centro continuerà a giocare da battitore libero: un po’ di
qua e un po’ di là, a seconda delle opportunità. Ma quali carte ha in
mano Casini per rilanciare a ogni puntata del centrodestra e del
centrosinistra? E chi ci guadagnerebbe da un’intesa con l’Udc?

Roma «Noi non siamo arruolabili». Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, lo ripete da qualche giorno: né il Pdl né il Pd potranno «ingabbiare» i centristi in uno schieramento ben definito in vista delle Regionali. L’Unione di centro continuerà a giocare da battitore libero: un po’ di qua e un po’ di là, a seconda delle opportunità. Ma quali carte ha in mano Casini per rilanciare a ogni puntata del centrodestra e del centrosinistra? E chi ci guadagnerebbe da un’intesa con l’Udc?
La risposta non così è semplice come appare. Secondo i sondaggi più recenti, una percentuale tra il 6 e il 7% degli elettori italiani sarebbe disposta a votare il partito di Lorenzo Cesa. Considerato che la maggior parte del consenso udc si concentra nel Centro-Sud, sia il Pdl che il Pd potrebbero rafforzare le chance di vittoria abbracciando Casini & C.
Ma le cose non stanno esattamente così. Se si guarda al bacino elettorale si scopre che solo il 50% risponde «fedelmente» alle indicazioni dell’ex presidente della Camera indipendentemente dalla collocazione politica dell’alleanza. Il restante 50% è diviso tra «berlusconiani» e «bersaniani», con una leggera prevalenza dei primi. Chi si allea con l’Udc non prende in blocco tutti i voti, ma una parte. Non sono, dunque, ipotesi campate in aria quelle circolate in alcuni sondaggi che assegnerebbero al partito addirittura un 2% in meno di consensi a seconda dell’alleato scelto.
«Sono l’unico che ha rinunciato a qualcosa di serio come qualche ministero pesante», ha ribadito ieri Casini ricordando il suo esodo dal centrodestra nel 2008. Ma un conto sono i ministeri, un altro gli assessorati.
Basti guardare il Lazio dove si è scelto l’appoggio al «candidato» Polverini. L’Udc non potrebbe certo sostenere la «laica» Bonino e da solo perderebbe la sfida. Può Casini nel Lazio restare fuori dai centri decisionali dai quali dipendono scelte strategiche per uno dei maggiori finanziatori del partito, il suocero Francesco Gaetano Caltagirone? Discorso identico per la Campania dove alle ultime amministrative l’Udc ha corso con il Pdl. Anche lì si tentenna nonostante le chimeriche possibilità di vittoria per il Pd. Pure in Puglia - dove Casini vuole costruire il «nuovo laboratorio» con D’Alema - il centrodestra parte da una buona posizione.
«Si guadagnano o si perdono voti buttando a mare chiarezza e trasparenza delle scelte politiche?», si è chiesto Carlo Giovanardi a proposito del tema-alleanze. Il sottosegretario è infatti memore che nel 2001 l’allora Ccd-Cdu si fermò al 3,2% e non riuscì a superare lo sbarramento del 4% per concorrere al riparto proporzionale. Gli eletti provenivano tutti dai collegi uninominali. Grazie ai voti di Forza Italia, An e Lega antiberlusconiani di ieri come Follini e Tabacci e di oggi come Casini e Vietti ottennero un seggio per poi avviare un martellamento continuo fatto di diktat e di distinguo. Berlusconi di quell’epoca non ha nostalgia.
I conti sono presto fatti: l’Udc non è in grado di portare tutti i suoi voti all’alleato, ma è in grado di ottenere assessori e prebende in Regioni che hanno un’elevata capacità di spesa, soprattutto al Sud con i fondi Fas. Inoltre non garantisce un’elevata fedeltà programmatica. Perciò, quali carte ha in mano Casini? Il gioco al rialzo assomiglia a un bluff: allearsi gli conviene più di quanto non convenga al Pdl.
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