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Ecco perché Sharon vincerà di nuovo

«Chi vincerà le prossime elezioni in Israele?», chiede l’ultima barzelletta israeliana. «Dipende: se vince Hamas sarà Sharon; se vince Abu Mazen, sarà Sharon». La battuta si riferisce naturalmente alle elezioni palestinesi previste per il prossimo gennaio. Che paradossalmente sono più importanti, in questo momento, delle primarie del partito del primo ministro, il Likud, convocate il 26 settembre prossimo per volontà del dimissionario ministro delle Finanze, Netanyahu, per scalzare Sharon dalla testa del partito.
Barzellette a parte, le previsioni sull’avvenire politico di Sharon fatte dai media locali e stranieri sono prive di fondamento. Il premier israeliano, nonostante l’astio da lui suscitato nella destra israeliana, nel movimento dei coloni, e fra i religiosi nazionalisti con l’evacuazione di Gaza, resta il candidato preferito del 65% dell’elettorato israeliano. Le ragioni sono essenzialmente tre. Primo, perché possano esserci elezioni anticipate (la legislatura decade nel novembre 2006) e di conseguenza un nuovo governo e un nuovo premier prima di quella data occorre che la Knesset, il Parlamento israeliano, sia sciolta con una decisone di maggioranza di 61 voti su 120. Questa maggioranza non c’è, perché metà dei deputati, sapendo che non saranno rieletti, non vogliono perdere la poltrona e le prebende parlamentari. Il partito laburista, necessario allo scioglimento del Parlamento, ha dichiarato ancora ieri per bocca del suo principale leader, il ministro degli Interni, di non essere interessato a elezioni anticipate.
Secondo: il Likud è il partito che Sharon ha portato da 19 a 49 deputati alle ultime elezioni. Non è solo il partito di maggioranza relativa di destra: è anche il partito storico populista dei diseredati. Netanyahu, come ministro delle Finanze, con la sua riforma economica ha incentivato la produttività nazionale, ma ha anche portato a un milione il numero degli israeliani che vivono al disotto del livello ufficiale di povertà. Pochi glie ne sono grati.
Terzo: la principale ragione per la quale, salvo imprevisti, Sharon sarà anche il prossimo premier di Israele è che in lui il Paese ha ritrovato il leader nazionale che gli mancava dai tempi di Ben Gurion. Un uomo che non tentenna nelle decisioni prese; che possiede credenziali militari e di patriottismo come nessun altro; che ha ottenuto dagli Stati Uniti non solo enormi crediti finanziari in un momento di grande crisi (9 miliardi di dollari) ma l’impegno di non permettere il ritorno dei profughi arabi in Israele; di poter mantenere i principali insediamenti ebraici in Cisgiordania; che ha ridato al Paese un’immagine internazionale positiva; che ha sbaragliato le organizzazioni terroristiche al punto da obbligarle ad accettare una tregua nella seconda intifada.

Se alle elezioni palestinesi di gennaio vincerà l’ala moderata di Abu Mazen, Sharon è l’unico uomo politico israeliano capace di onorare nuove concessioni territoriali (lo si è visto a Gaza) necessarie per raggiungere se non una pace una coesistenza più o meno pacifica; se vinceranno gli islamici, Sharon è il condottiero israeliano che ha dimostrato di saper condurre una guerra vittoriosa contro il terrorismo.
I membri del comitato centrale del Likud che dovranno scegliere fra lui e Natanyahu queste cose le sanno, come la maggioranza degli israeliani.

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