Ogni volta che mi capita fra le mani un romanzo di Raymond Chandler, mi riconcilio con il genere, giallo, noir, poliziesco, thriller o come diavolo lo si vuole chiamare. C'è tutto, l'investigatore privato, il delitto, le donne fatali, le menti criminali, le atmosfere cupe, per quanto possa splendere il sole, le magioni lussuose e gli uffici scalcinati dove il detective sempre al verde, ma mai corrotto né corruttibile, se ne sta seduto aspettando che un cliente si faccia vivo... C'è tutto, esclusion fatta per la diarrea di sangue infetto che da un trentennio almeno ha avvelenato il genere con il suo combinato disposto di sadismo, di sadomasochismo, amputazioni, crocifissioni, serial killer un tanto al chilo e un tanto a pagina, cadaveri sepolti e cadaveri putrefatti, riflessioni psicologiche d'accatto, sesso matto e sesso a piovere, transessuali con tacchi a spillo e sega elettrica fra le mani, una diarrea di violenza fine a sé stessa raccontata con una scrittura da cretino cognitivo diplomatosi in qualche scuola di scrittura creativa... Ecco, sia gloria a Chandler: in lui non c'è niente di tutto questo e però c'è qualcosa di più e di diverso: uno stile, secco e insieme poetico, un'atmosfera, un eroe romantico, un senso della frase e dei dialoghi. Uno scrittore, appunto.
Il romanzo La sorellina, un classico che adesso Adelphi estrae dal suo cilindro editoriale (pagg. 296, euro 20; traduzione di Gianni Pannofino), è un Chandler d'annata, 1949, dieci anni prima che egli morisse. Come al solito, c'è Philip Marlowe, 38 anni all'incirca, quaranta dollari al giorno più le spese il suo onorario, un telefono che squilla raramente, una bottiglia di whisky sempre a portata di mano, una Luger nel cassetto della scrivania, un cappello sull'attaccapanni. È un uomo solo e, per il sogno americano, è un fallito: il conto in banca è in rosso, non ha beni al sole, l'unica cosa che ha da vendere è il suo essere onesto, ovvero una merce che non ha mercato, perché pressoché nessuno vuole comprarla.
Vive in California, Marlowe, dove del resto è nato, per la precisione a Los Angeles, che è la mecca del cinema e la mecca del peccato, dove girano tanti soldi quante le aspiranti attrici giovani di età e piene di voglia di arrivare, disposte a tutto e anche a qualcosa di più. E poi papponi, sfruttatori, tenutari di casinò, malavitosi, poliziotti corrotti e poliziotti stanchi tanto della corruzione quanto del crimine, anche loro malpagati e che con Marlowe hanno rapporti controversi: lo stimano, ma non lo amano. Un tempo, in fondo, è stato uno di loro, perché lavorava agli ordini del procuratore distrettuale della Contea di Los Angeles. Perché si sia dimesso o sia stato costretto ad andarsene, non si sa, quel che però è certo è che sotto ci fosse qualcosa di losco e che lui non fosse disposto a lasciar correre...
Come che sia, un giorno d'estate arriva al suo ufficio una ragazzina, nel senso di una donna un po' bambina, pulitina, perbenino, con gli occhiali con la montatura a giorno, un'aria da bibliotecaria di provincia. È in cerca di suo fratello, a cui è legatissima, un bravissimo ragazzo, naturalmente, anche se un po' problematico... È da tempo che non scrive più a casa e lei e la mamma sono preoccupate. Lei non ha tanti soldi, appena venti dollari, poco persino per Marlowe, che tuttavia accetta: un po' per noia, non ha niente da fare, se non cercare di schiacciare i mosconi che ronzano nel suo ufficio, un po' per curiosità, ma soprattutto perché qualcosa gli dice che l'insieme non torna, la sorellina non è così preoccupata e sincera come sembra, il fratellone non è così per bene, per quanto irascibile, come viene raccontato. E a Marlowe non piace essere preso in giro.
Nei romanzi di Chadler, e La sorellina non fa eccezione, niente è mai come sembra. È sempre un gioco di incastri dove a ogni passo si verifica una sorpresa. Sono dei gialli dove quello che conta non è la scoperta del colpevole, e del resto Chadler detesta il crime classico, quello all'inglese, Sherlock Holmes o Poirot per intenderci, "il personaggio più pomposo e balordo della letteratura poliziesca" a suo dire, che giudicava irrealistici, "un gioco da salotto", con "delitti profumati alla magnolia" o intinti nella stricnina, sempre e comunque sciolta e zuccherata in una tazza di breakfast tea...
Chandler veniva, per sua stessa ammissione, dalla scuola di Dashiell Hammett, quello di Sam Spade e del Falcone maltese, quella che aveva "tirato fuori il delitto dal vaso di cristallo e l'aveva buttato in mezzo alla strada" e insomma aveva "restituito il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori". E questo delitto lo aveva fatto "compiere con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali"...
Tutto questo spiega perché nei romanzi di Chandler ciò che conta non sia, come dicevamo prima, la soluzione del caso, ovvero la scoperta del colpevole. Per quanto irridesse la cosiddetta "logica deduttiva" del giallo classico e che, a suo parere, se ben analizzata non era così geometricamente perfetta come la si voleva far intendere, anche le indagini condotte dal suo Marlowe, e La sorellina non fa eccezione, hanno delle smagliature logiche, che qui non sveleremo, lasciandone il compito al lettore e sempre se ne fosse interessato. Ma ciò che alla fine viene fuori, ed è quello che resta e che ha valore, è una straordinaria serie di caratteri, maschili e femminili, un susseguirsi di colpi di scena, scambi di battute memorabili, paesaggi impressionisti, squarci di desolazione quotidiana, vite vendute e vite a perdere. Il tutto però con un principio di redenzione, perché sulla strada dei criminali "deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico, quest'uomo è il detective. È l'eroe, è tutto. Dev'essere, per usare un'espressione abusata, un uomo d'onore".
Ed è questo il Philip Marlowe di La sorellina: sentimentale, cinico, incorruttibile, non un eunuco, ma neppure un satiro, con un suo ruvido umorismo, "con il disgusto per l'insincerità e un sovrano disprezzo per le miserie umane". Se di tipi come lui ce ne fossero di più, ci dice Chandler, "sono convinto che questa terra sarebbe un posto probabilmente non molto sicuro, ma neppure tanto noioso da far venire voglia di togliere il disturbo".