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"Una marea di disoccupati": l'allarme che spaventa la Cina

Il rallentamento economico e il cambiamento delle priorità sociali mettono in crisi il modello dei lavoratori migranti, alimentando i timori della Cina per occupazione e crescita

"Una marea di disoccupati": l'allarme che spaventa la Cina
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La Cina si avvicina al Capodanno lunare, tradizionale momento di spostamenti di massa e di ricongiungimento familiare, in un clima insolitamente carico di apprensione. Il timore delle autorità è che milioni di lavoratori migranti, rientrati nelle campagne per le festività, non facciano ritorno nelle grandi città industriali. Il rallentamento economico, combinato con la crisi strutturale del settore immobiliare e la debolezza della manifattura orientata all’export, sta infatti riducendo drasticamente la domanda di lavoro nei comparti che per anni hanno assorbito la manodopera rurale. Il segnale più allarmante è arrivato dal ministero degli Affari rurali, che ha invitato esplicitamente a prevenire il rischio di un accumulo su larga scala di lavoratori inattivi nei villaggi d’origine. Un linguaggio diretto e raro nel lessico politico cinese, che riflette la crescente difficoltà nel gestire le ricadute sociali di una crescita ormai lontana dai ritmi del passato.

Cosa succede in Cina

Secondo quanto riportato dall'Economist, tuttavia, il pericolo di un collasso immediato del sistema dei lavoratori migranti appare sovrastimato. Le grandi città continuano a offrire, nel complesso, più opportunità e salari più elevati rispetto alle aree interne, e questo dovrebbe spingere la maggioranza dei migranti a tornare dopo le feste. Il problema, semmai, è più sottile e di lungo periodo.

Il rallentamento non viene più percepito come ciclico, bensì come strutturale. La crisi immobiliare sembra destinata a protrarsi, riducendo stabilmente i posti di lavoro nell’edilizia, mentre l’automazione e la riorganizzazione industriale comprimono la domanda di lavoro poco qualificato.

Allo stesso tempo, il tradizionale ruolo della campagna come “valvola di sfogo” si è indebolito: una quota crescente di famiglie rurali ha affittato o ceduto i diritti d’uso della terra, rendendo più difficile il ritorno a un’economia di sussistenza. Le restrizioni alla mobilità durante la pandemia hanno mostrato con chiarezza quanto possa essere fragile la condizione di chi resta bloccato lontano dai poli produttivi senza reti di protezione adeguate.

Il rischio di Pechino

In risposta a queste trasformazioni, Pechino sta spingendo per uno sviluppo più equilibrato del territorio, incentivando la crescita di industrie e servizi nelle città di medie dimensioni e nei centri dell’entroterra. L’obiettivo è duplice: ridurre la pressione sulle megalopoli costiere e trattenere una parte della forza lavoro vicino ai luoghi d’origine. I risultati, però, sono ambivalenti.

Se da un lato nuove fabbriche e poli logistici stanno effettivamente emergendo nelle province centrali, dall’altro la capacità di assorbimento occupazionale resta limitata e rischia di comprimere i salari locali. A questo si aggiunge un cambiamento culturale rilevante: una parte crescente dei lavoratori, soprattutto tra le generazioni più giovani, è meno disposta a sacrificare stabilità familiare e qualità della vita in nome di salari marginalmente più alti.

Il calo della mobilità interprovinciale ne è un indicatore chiaro. Per i pianificatori statali, abituati a contare su una forza lavoro altamente mobile e orientata alla massimizzazione del reddito, si tratta di una sfida nuova.

La “marea di disoccupati” evocata dai funzionari potrebbe non materializzarsi nei numeri temuti, ma il cambiamento delle priorità sociali rischia di pesare a lungo sulla capacità della Cina di sostenere la propria crescita economica.

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