Economia

Extraprofitti sull'energia: ecco chi ci guadagna davvero

Cosa dicono le analisi fiscali del centro studi dell’Unione nazionale delle imprese relative al periodo gennaio-maggio

Extraprofitti sull'energia: ecco chi ci guadagna davvero

Il tema degli extraprofitti delle imprese energetiche sta tenendo banco in questa fase sulla base della discussione riguardante i possibili interventi fiscali per redistribuirli sulla collettività. Da più parti si chiede un aumento del prelievo una tantum deciso dal governo Draghi, già molto contestato dalle imprese. Il ragionamento che molti, soprattutto a Sinistra e nel Movimento Cinque Stelle, fanno è che gli utili di aziende come Eni e Enel siano "viziati" dai costi eccessivi con cui il gas, l'elettricità e altri prodotti sonno prezzati dopo lo scoppio della guerra inn Ucraina. E che di conseguenza andrebbero colpiti apertamente per trovare risorse in questa fase difficile.

In particolare, per fare esempi legati alle due maggiori major, Enel nel primo semestre 2022 ha registrato un aumento dei ricavi del +85,3% rispetto allo stesso periodo del 2021 mentre Eni ha chiuso un semestre molto positivo, con un utile netto rettificato che è salito di oltre sei volte (a 7,08 miliardi di euro) rispetto al primo semestre del 2021. I big energetici, è questa la riflessione, dovrebbbero essere colpiti per questi risultati ritenuti fuori mercato. Ma nella logica c'è una falla, che Francesco Gattei, Chief Financial Officier del Cane a sei zampe, ha evidenziato parlando con Il Sole 24 Ore e commentando a caldo l'aumento da 550 milioni a 1,4 miliardi del prelievo per gli extraprofitti di Eni. "Un'addizionale sul profitto è ragionevole", ha dichiarato, "ma è necessaria una base imponibile trasparente, chiara e facilmente rappresentabile".

Gattei ha ricordato che Eni ha fatto gran parte di questi risultati "vendendo all'estero petrolio e gas come produttore" e commerciando il gas a "prezzi indicizzati in gran parte al Ttf" che rappresenta il principale mercato europeo, mentre in Italia "dal 2014 al 2021 Eni ha perso a livello operativo in Italia 11 miliardi di euro", principalmente a causa del fatto che "la rafifnazione era in perdita", al pari di altri settori "come la chimica, la produzione di gas e le società di bonifica". E "se aggiungiamo anche gli oneri finanziari e le svalutazioni le perdite salgono a 20 miliardi". Pari a 600 milioni di euro anche le perdite operative del primo semestre in Italia: in quest'ottica qui, capiamo quanto sia scivoloso indicare come predatorio il profitto di una major italiana che in larga parte non arriva al break-even sul fronte del mercato del territorio nazionale, e in più rappresenta la garante di investimenti produttivi spesso bloccati da politiche energetiche e ambientali scostanti e poco incentivanti per il mercato.

Al contrario, chi certamente ha fatto "profitti" extra da questa fase è lo Stato italiano. Il quale ha visto nel primo semestre le entrate legate agli scambi energetici volare, secondo un trend che in autunno è destinato a consolidarsi. Lo riportano le analisi fiscali del centro studi dell’Unione nazionale delle imprese relative al periodo gennaio-maggio. La quantità di risorse Iva incassate per gli scambi interni è cresciuta da 46,025 a 52,952 miliardi (+15,1%), mentre sul fronte dell'Iva per le importazioni siamo saliti da 5,463 a 8,735 miliardi (+59,9%) principalmente a causa del caro-energia. Sale l'accisa sui prodotti energetici, dell'1,7%, abbastanza da portare da 7,699 a 7,829 la crescita delle entrate nonostante la moratoria da 30 centesimi al litro sui carburanti decisa dal governo Draghi. Decollano invece quelle sul gas naturale per combustione (+35,7%, da 1,268 a 1,721 miliardi di euro) e quella sull'energia elettrica (+20,9%, da 1,053 a 1,273 miliardi).

Le imposte di registro crescono di oltre un decimo (da 2,050 a 2,293 miliardi, +11,9%), menntre l'insieme delle altre imposte indirette è cresciuto da 15,782 a 17,932 miliardi di euuro (+13,6%). Complessivamente, le imposte indirette sono cresciute del 16,9% per effetto delle dinamiche legate all'energia: da 79,340 a 92,735 miliardi di euro, un aumento di 13,395 miliardi di euro a causa degli scambi interni che è stato pagato, questo sì, con risorse dei cittadini. E che rappresenta una parte decisiva della crescita dell’incasso tributario complessivo del Fisco, salito di 18,5 miliardi di euro secondo i dati complessivi studiati da Unimprese per i primi cinque mesi dell'anno, passando dai 170,1 dei primi mesi del 2021 agli attuali 188,6.

Negli aumenti anche gli effetti del caro- vita e della corsa dell'inflazione: +19,8% nei primi cinque mesi del 2022, durante i quali al Fisco sono entrate risorse aggiuntive per 10 miliardi di euro. Gli aumenti compensano, anche grazie a una moderata crescita del gettito Irpef, le diminuizioni in altri settori. "Il gettito Ires, ad esempio, mostra un calo del -6,9%, da 834 milioni di euro dello scorso anno ai 630 milioni del 2022", scrive Qui Finanza. "E le famiglie italiane si privano sempre più di vizi e piaceri. L’imposta sul consumo dei tabacchi è scesa del 10,6%, passando da 4,2 miliardi di euro a 3,7 miliardi, mentre il gettito proveniente dal lotto è calato del 14,9%, da 3,5 miliardi a 3 miliardi".

La tassa sugli extraprofitti energetici, in quest'ottica, se fatta avanzare come prevista inizialmente rischia di aumentare questo prelievo che, nel pieo della crisi dell'inflazione e del caro-energia aggiunge a cittadini e imprese italiane un balzello problematico come l'extra-profitto fiscale dello Stato. Reale e misurabile, da cui è necessario trarre le risorse reali volte a riportare in auge politiche capaci di abbassare oneri di sistema, bollette e effetti del caro-vita per cittadini e imprese nei prossimi mesi. Il rischio, altrimenti, è quello di concorrere alde-sviluppo del sistema-Paese. In cui, una volta di più, le tasse potrebbero giocare un ruolo decisivo.

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