Antitrust sfida Big Pharma ma il collirio-killer è un giallo

Questa storia sembra un giallo, un piccolo thriller finanziario. Che però finisce, poche settimane fa, con cinque pazienti del Careggi di Firenze che rischiano la vista

Antitrust sfida Big Pharma  ma il collirio-killer è un giallo

Questa storia sembra un giallo, un piccolo thriller finanziario. Che però finisce, poche settimane fa, con cinque pazienti del Careggi di Firenze che rischiano la vista. Dentro ci sono due medicinali, l'Avastin e il Lucentis, realizzati rispettivamente da Roche e Novartis. In mezzo l'Antitrust dell'ottimo Giovanni Pitruzzella, il Tar e il Consiglio di stato. Intorno a Basilea, Roma e Firenze si gioca una partita miliardaria. Dove non sempre i «cattivi» sono quelli che ci si aspetta.Ma andiamo per ordine. La Roche ha un paio di gioiellini (e cioè molecole) per le mani. Il primo è un prodotto oncologico, l'Avastin. Il secondo è invece un prodotto oftalmologico che decide subito di cedere in licenza al suo concorrente Novartis, molto più forte nel campo oculistico. La Novartis lo studia, lo fa approvare e lo commercializza: il nome di questo secondo farmaco è Lucentis. Accordi di licenza mondiali, riconoscimenti da parte di tutte le autorità del farmaco in giro per il pianeta. Succede però che il medicinale della Roche, che dovrebbe servire a curare certi tipi di tumori, se diluito, ha delle ottime proprietà curative per certe malattie della vista. Una fiala di Avastin (tumori) costa circa 6/700 euro e una dose di Lucentis (malattie occhi) altrettanto. Ma diluendo l'Avastin si ottengono, al prezzo di 40 euro, più o meno (e in questa variabilità sta la questione) gli stessi risultati del Lucentis. Insomma per farla semplice: un certo numero di farmacie italiane, anche ospedaliere, si sono messe a spacchettare un antitumorale diluendolo affinché curi malattie dell'occhio per il motivo banale che costa di meno del suo concorrente. A questo punto dobbiamo fare una precisazione di metodo: quando si parla di farmaci e regole sanitarie ci si imbatte in milioni di codicilli e dunque fino ad ora abbiamo semplificato molto la nostra storia. Ma il senso non cambia.

La Roche, titolare dell'antitumorale, è però costretta dall'Agenzia europea del farmaco a scrivere nel bugiardino che ci sono rischi (come è ovvio) nel manipolare la sua medicina. Per quanto vi possa sembrare incredibile, in Italia i medici in scienza e coscienza possono somministrare farmaci in modo eterodosso, ma ne devono ovviamente rendere cosciente il paziente. Ospedali o oculisti dovrebbero dire al signor Rossi: ti do l'Avastin diluito dalla mia farmacia invece del Lucentis perché costa 15 volte di meno, ma ha qualche rischio in più. I tagli alla Sanità fanno il resto. In Italia la Novartis fattura circa una settantina di milioni di Lucentis, in Francia quasi 600 milioni. Da noi infatti si usa diffusamente l'Aventis diluito proprio perché costa meno, pur comportando qualche rischio maggiore. Soprattutto se la sua manipolazione non è industriale. A questo punto interviene l'Antitrust. Il ragionamento dei garanti della concorrenza (non ce n'è mai abbastanza in Italia e Pitruzzella sta facendo un ottimo lavoro) è molto semplice: qua si rischia un accordo di cartello per cui due grandi produttori spingono al consumo di un farmaco (caro) al posto di uno già presente sul mercato (molto meno costoso). Dopo una serie di perquisizioni in tutta regola (in cui tra le altre cose trovano delle lettere tra i manager dei due colossi), all'inizio del 2013 si apre un'istruttoria sulle due case farmaceutiche. Accusano Roche di non puntare sul proprio Aventis diluito poiché sarebbero in accordo con Novartis nel piazzare sul mercato solo il farmaco più caro. Roche avrebbe inoltre creato eccessivo allarmismo sugli effetti collaterali della sua medicina diluita proprio per favorire il farmaco concorrente. Ve la facciamo breve. Pitruzzella e i suoi condannano Big Pharma a pagare subito 180 milioni di euro ed eventuali 1,2 miliardi per il danno erariale cagionato dal loro comportamento. Roba forte. Roche e Novartis ricorrono al Tar, che conferma la multa.

Ora è pendente un ricorso al Consiglio di Stato, stesso organismo da cui proviene il segretario generale dell'Antitrust: su questo potenziale conflitto di interessi tipico del sistema pubblico italiano, un giorno si dovrà pur fare chiarezza, ma questo è un altro discorso e riguarda l'intreccio, la «romanità», dei giudizi amministrativi in Italia. La sostanza di questa storia è che l'Antitrust fa il suo mestiere, ma altrettanto fanno i big della farmaceutica. Che non sono poi così lontani da noi. Conviene infatti ricordare che il settore farmaceutico in Italia vale 30 miliardi di euro, è il secondo in Europa ad un soffio della Germania, esporta nel mondo molto più di quanto faccia l'agroalimentare, e, caso più unico che raro, numerose multinazionali hanno posizionato in Italia ricerca e produzione. Insomma questa non è una battaglia dei buoni contro i cattivi. Il nostro sistema regolamentare (ma anche quello europeo) prevede norme e autorizzazioni tali per cui non si può fare il gioco delle tre carte tra farmaci simili. Il rischio, concretissimo, è che finisca come al Careggi, in cui cinque pazienti rischiano la vista. Altrettanto forte è il rischio che i costi per i privati e la sanità pubblica possano sballare. La competizione tra questi due interessi contrapposti, però è materia politica, non dell'Antitrust.Nicola Porro

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