Borsa fredda su Unicredit Intesa è promossa a metà

Le due big superano le attese sugli utili e Ghizzoni apre a più dividendi ma c'è il nodo dei ricavi. Messina: «Saranno anche la nostra priorità»

Superata la paura degli stress test, dilaga la «sindrome» ricavi nelle trimestrali delle banche italiane su cui pende, a parte pochi esempi virtuosi, un altro problema: le big si troveranno a fronteggiare le richieste in termini di riserve del Financial stability board, quelle medio-piccole a decidere quando completare i «compiti a casa» ricevuti dalla Bce in sede di Aqr. Così, malgrado profitti ben oltre le stime e la promessa di aumentare i dividendi, Unicredit ha perso il 3,3% in Borsa; piatta invece Intesa Sanpaolo (-0,2%).

Nei primi nove mesi dell'anno Intesa ha quasi raddoppiato (+88%) l'utile a 1,2 miliardi (483 milioni nel solo terzo trimestre +122,5%). Il risultato si sarebbe attestato a 1,6 miliardi se Messina non avesse pagato dazio a Renzi con l'aumento retroattivo dell'imposizione sulle quote di Bankitalia.

«La crescita dei ricavi sarà la nostra ossessione», ha sottolineato Messina, congedandosi dagli analisti. «Abbiamo dimostrato che si può crescere anche in un Paese a crescita zero»: +3,7% a 12,8 miliardi da gennaio a settembre, ma in calo del 5,6% a 4,46 miliardi nel trimestre. Il gruppo ha comunque spinto del 10% le commissioni (25 miliardi i nuovi prestiti già erogati) ed è tra i più solide d'Europa con un Cet 1 del 13%: malgrado gli Aqr, accantonamenti e rettifiche sono scesi da 4 a 3,5 miliardi. Messina ha quindi confermato di premiare gli azionisti un miliardo dividendi già quest'anno e 10 entro il 2017. L'ultima parola sul capitale in eccesso sarà posta tra due anni, ma Ca de' Sass non intende fare shopping sulla Penisola.

Raddoppia l'utile anche Unicredit (+81%) a 1,8 miliardi (+79% nel terzo trimestre) e Ghizzoni apre alla possibilità di dare un dividendo più generoso rispetto ai 10 centesimi dello scorso anno, visto che la banca sta marciando «in anticipo rispetto ai piani». L'indice di solidità patrimoniale è pari al 10,4% e i crediti deteriorati sono stabili. Agli analisti non è però piaciuta la battuta d'arresto sui ricavi (-3,9% a 16,9 miliardi e -2% nel trimestre). L'Italia rimane comunque in attivo e, per quanto riguarda l'estero, la strategica divisione Centro Est Europa (che da sola ha guadagnato 400 milioni nel trimestre) è stata affidata come previsto a Carlo Vivaldi (attuale vice capo della controllata turca YapiCredit). Ghizzoni ha infine assicurato che la controllata russa Zao Bank «è molto solida e in crescita», stimando in 15 milioni la ricaduta delle sanzioni internazionali contro Mosca.

Tra le popolari, istituti per definizione di «territorio» e quindi più esposti a una economia reale che batte in testa, la Bpm di Giuseppe Castagna spinge l'utile (+63% a 219 milioni) sulla scia della vendita di Anima e del buon andamento di costi (-2,6%) e commissioni (+1,2%). Anche Piazza Meda paga dazio sui ricavi (-5,4% a 1,21 miliardi). Va peggio al Banco Popolare di Pier Francesco Saviotti che si porta avanti con la pulizia di bilancio (263 i milioni spesati sui 451 emersi come «problematici» dagli stress test) e gira in perdita per 122 milioni (165 milioni l'utile di un anno fa) a causa del terzo trimestre. Verona aumenta poi da 70 a 112 gli sportelli da chiudere. Soffre anche il Credito Valtellinese, il cui utile cala del 28,4% a 7 milioni (-43,8% nel terzo trimestre).

La contabilizzazione degli stress test è la grande incognita anche per Mps (per cui gli analisti si attendono un rossofino a un miliardo). Ieri Piazza Affari ha comunque puntato sul Monte (+1,9%) sul ritorno di voci che finirà nella pancia dei francesi di Bnp Paribas. A fine ottobre Parigi aveva però bollato il tutto come «speculazioni».

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