Borse depresse, fallito il rimbalzo

Neanche il brodino corroborante del rimbalzo, quello che in genere i mercati non si fanno mai mancare dopo aver preso una tranvata come quella di giovedì, costata complessivamente quasi 480 miliardi di dollari in termini di capitalizzazione. Scorie tossiche hanno continuato anche ieri a circolare nelle vene dei listini, pur in assenza di episodi di panico. Non tragga in inganno il rialzo di Tokio, un +0,89% che ha suggellato un'altra seduta folle, in cui il Nikkei ha ondeggiato in un range di 1.000 punti: dopo lo sprint d'avvio fino al 3,6%, l'indice è poi crollato a -3,5%, prima della chiusura in positivo. Un recupero che ha appena colmato la voragine scavata il giorno prima (-7,3%) e impedito di fatto alle Borse europee, tutte in territorio negativo (-0,66% Milano), di ritrovare la via del rialzo.
D'altra parte, gli interrogativi sull'Abenomics, la cura con cui il governo sta cercando di curare l'economia con gli steroidi della liquidità, non potevano dissolversi di colpo. Il nodo resta soprattutto legato alla risalita in quota 1% dei tassi sui Jgb, i bond nipponici. Un livello estremamente pericoloso per un Paese con un debito-Pil del 240%. Il governatore della Bank of Japan (BoJ), Haruhiko Kuroda, è intervenuto ieri per spiegare che la banca centrale valuta come «estremamente desiderabile» avere mercati dei bond stabili. Una dichiarazione paradossale, considerato che la pretesa di coniugare un'inflazione al 2% con tassi bassi sul lungo termine, sta proprio generando un effetto opposto rispetto a quello che la BoJ si era prefissa.
Quale investitore può infatti accettare di detenere obbligazioni con rendimenti negativi, tenuto conto dell'inflazione? Non a caso, le vendite di bond stanno facendo cadere i prezzi dei Jgb, determinandone la contestuale risalita dei tassi.
«Quanto avvenuto ieri (giovedì, ndr) è stato solo un aggiustamento temporaneo dopo i recenti guadagni», ha minimizzato un esponente dell'esecutivo. Una difesa d'ufficio delle misure di stimolo doverosa, ma che non cancella i timori che Tokio stia rischiando di perdere il controllo della situazione. Se il premier Abe e la BoJ non riusciranno a governare l'ascesa dei tassi, le ripercussioni potrebbero essere drammatiche in termini di aumento dell'indebitamento, di crollo degli investimenti e dei consumi privati, con conseguenze nefaste sul Pil.
Il tracollo di giovedì non sembra tuttavia aver cambiato le prospettive di lungo periodo di Wall Street (+0,05%, a un'ora dalla chiusura), come peraltro testimoniato dalla decisione di Goldman Sachs di alzare le sue previsioni al rialzo per l'indice S&P 500 per i prossimi tre anni. Appaiono sempre più fiduciosi sul trend di medio-lungo periodo anche i governatori della Fed che cominciano a lanciare segnali circa una prossima - anche se non nel breve termine - riduzione del programma di quantitative easing.
Chi invece sembra voler approfittare dei primi inciampi incontrati dalle politiche di stimolo è la Bundesbank. «Il debito pubblico non si può accumulare in eterno, c'è un limite in cui le entrate dello Stato non riescono più a coprire le uscite», ha affermato il governatore della Bundesbank e componente il board della Bce, Jens Weidmann. Un chiaro messaggio lanciato a chi vorrebbe un'Eurotower più interventista, come Fed e BoJ. Weidmann, invece, la pensa diversamente. Convinto com'è che l'epoca dei salvataggi degli Stati sia ormai al tramonto: «Dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un default è un elemento chiave per la disciplina di mercato».

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