Cina, la Borsa cade ancora E Pechino vende dollari

Ceduti 94 miliardi di riserve per sostenere l'economia, cresciuta del 7,3% nel 2014. Il New York Times: «La Fed non alzi i tassi»

La serrata di due giorni per festeggiare il 70esimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale non è bastata a riportare il sereno alla Borsa di Shanghai, scesa ieri del 2,5%. L'ennesima caduta riflette i timori per l'economia, crescita nel 2014 del 7,3% (7,4% la stima precedente), il tasso di sviluppo più basso dal 1990. Un dato ormai superato, dopo l'estate più turbolenta nella recente storia dell'ex Celeste Impero. Seppur coperta dal maquillage delle cifre ufficiali, è verosimile che la crescita cinese 2015 si fermi a un +3-4% confermando le difficoltà nella transizione da un'economia sorretta solo dall'export a una basata anche sui consumi interni. Il dato previsto per oggi sulle esportazioni in agosto dovrebbe intanto indicare una caduta attorno all'8%.

Una flessione che giustificherebbe le tre svalutazioni consecutive dello yuan decise il mese scorso. Il deprezzamento ha però finito per esacerbare i problemi della Cina e mettere a soqquadro i mercati finanziari. Al punto che la People' Bank of China è stata costretta a vendere quasi 94 miliardi di dollari di riserve, scese a un totale di 3.557 miliardi. Un deflusso senza precedenti con implicazioni non marginali sulla Federal Reserve Usa, che la prossima settimana dovrà decidere se alzare o meno i tassi. È l'appuntamento clou che condizionerà i mercati, ieri in lieve rialzo (+0,7% Milano) in assenza della bussola di Wall Street, chiusa per il Labour Day.

Il fenomeno di riduzione degli stock, già ribattezzato quantitative tightening, non è circoscritto alla sola Cina, ma sta interessando anche altri Paesi, come Russia e Arabia Saudita. Se nell'agosto 2014 le riserve avevano raggiunto il picco di circa 12.000 miliardi, dopo un anno sono scese di circa 600 miliardi. Citigroup ha calcolato che 500 miliardi di stock liquidati esercitano una pressione sul rendimento del decennale Usa di 108 punti. In pratica è come se la Fed avesse già alzato i tassi. Ecco perché sono esigui i margini di manovra della banca centrale guidata da Janet Yellen. La prudenza dovrebbe essere consigliata anche dall'andamento dell'economia americana, meno brillante di come dà a intendere la crescita del Pil nel secondo trimestre del 3,7% (“drogata“ dall'accumulo di scorte) e il calo in agosto al 5,1% della disoccupazione (con però appena 173mila nuovi posti di lavoro creati). Non a caso, il New York Times giudica «prematuro» un giro di vite al costo del denaro, mentre a salire dovrebbero essere i salari, aumentati dagli inizi degli anni '70 dell'8,7% a fronte di un +72% della produzione che si è tradotto in maggiori profitti per le aziende.

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