Il coronavirus e le quattro vulnerabilità che minacciano le Borse

Molti investitori ritengono che il punto di rottura delle Borse sia ancora lontano. Ma a causa del coronavirus ci sono quattro vulnerabilità da prendere in considerazione

L'emergenza coronavirus ha colpito le Borse, i listini sono caduti e gli analisti si interrogano su quanto potrà avvenire da qui ai prossimi mesi.

Al momento il crollo dei listini è ritenuto temporaneo anche se, sottolinea Il Sole 24 Ore, alcune aree vulnerabili rischiano di trasformare la crisi in qualcosa di strutturale. Certo è che il più grande pericolo che i mercati finanziari devono affrontare ha un nome ben preciso: il tempo.

Due sono gli aspetti da considerare. Da un lato troviamo segnali di ottimismo, come ad esempio quelli lanciati dalla Borsa di Shanghai, la quale è stata in grado di recuperare tutto il terreno perduto a causa del coronavirus. Questo caso ci lascia presupporre che una stabilizzazione dell'epidemia possa bastare per far calmare i mercati terrorizzati.

C'è però un altro aspetto: quanto durerà l'emergenza negli altri listini del mondo? O meglio: quanto può durare una situazione del genere prima che le Borse superino il cosiddetto “punto di non ritorno”? Nessuno sa quanto potrà durare la super-volatilità a Wall Street o sulle Borse europee prima che “crolli il castello di carte della finanza”. E nessuno sa quanto potrà essere tirata la corda in un mondo super indebitato e di mercati illiquidi.

Le quattro vulnerabilità da considerare

Molti investitori pensano che il punto di non ritorno sia ancora lontano. Eppure, evidenzia sempre Il Sole 24 Ore, ci sono almeno quattro vulnerabilità da monitorare con la massima attenzione. Punto primo: il super debito Sostenibilità è a rischio. Le aziende hanno un debito, a livello globale, di oltre 74mila miliardi di dollari. Affinché una situazione del genere resti sostenibile servono tassi bassi, profitti aziendali adeguati e fiducia sui mercati. Il coronavirus potrebbe creare malumore e sfiducia, compromettendo la capacità delle stesse aziende di far fronte ai debiti.

L'altro problema riguarda i fondi e l'Etf. Spieghiamo meglio: qualora le imprese super indebitate dovessero andare in crisi, con loro sprofonderebbero anche i soggetti che hanno prestato loro decine di miliardi di euro. Ovvero: banche e fondi di investimento. Sono i fondi, per lo più, a essere i grandi finanziatori delle imprese, soprattutto negli Stati Uniti. Da questo punto di vista il rischio più grande è dato dallo sfasamento della liquidità.

Il terzo punto include il concetto di volatilità. Fino allo scorso 19 febbraio l'indice che misurava la volatilità della Borsa di Wall Street, il Vix, viaggiava ad esempio intorno a quota 14, ovvero un segnale di bassa paura. Ma tre settimane dopo questo è schizzato a 48: livello massimo dai tempi del disastro Lehman. Perché è importante tale indice? Per il semplice fatto che può far scattare vendite forzate sui mercati.

L'ultima considerazione abbraccia il fronte petrolifero. Il crollo dei consumi in Cina e il possibile blocco temporaneo delle attività nei Paesi colpiti dal coronavirus ha avuto ripercussioni sulla domanda di greggio. Il suo prezzo è caduto di oltre il 30% dall'inizio dell'anno. Qui il rischio è quello di una speculazione finanziaria sui Paesi esportatori (e sulle azioni) e sui debiti delle società del comparto. Un esempio su tutti: il settore dello shale oli negli Stati Uniti nel 2016.

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.