Così Powell prenota la riconferma alla Fed. Ma ha due "avversari"

Il presidente assicura una linea prudente sul ritiro degli aiuti. L'appoggio di Janet Yellen

Così Powell prenota la riconferma alla Fed. Ma ha due "avversari"

Se non commetterà un clamoroso harakiri, Jerome Powell passerà altri quattro anni a Eccles Building, il quartier generale in stile neoclassico della Federal Reserve. Tutto depone a favore di una sua riconferma, anche se Jay ha la coccarda repubblicana e una macchia nera sul curriculum: deve la nomina a Donald Trump. Ma negli Stati Uniti le tradizioni contano più delle coloriture politiche e nell'american way of life il pragmatismo sta sopra tutto. Lasciare Jay lì dov'è, anche dopo la scadenza del febbraio 2022, tiene insieme le due cose.

Storicamente, infatti, al capo della Fed si è quasi sempre stato concesso almeno un secondo mandato. «Four more years». Alan Greenspan resistette sullo scranno più alto per 18 anni, e Ronald Reagan si guardò bene dal liquidare Volcker, nonostante il vulcanico Paul avesse trascinato l'America in recessione a colpi di rialzi dei tassi per combattere l'inflazione. È vero, quattro anni fa The Donald ruppe una prassi consolidata con la cacciata brutale di Janet Yellen, accusata di aver usato la politica monetaria per aiutare la campagna elettorale di Hillary Clinton. Joe Biden questo alibi - più falso di una moneta da due dollari - non ce l'ha. Ha invece due potenziali candidati, ad alto gradimento, per il vertice dell'istituto di Washington: la prima è Lael Brainard, una veterana Fed (più di sette anni in consiglio), astro nascente fin dai tempi della crisi dei mutui subprime, ma repubblicana; l'altro è il governatore della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, grazie al quale la Casa Bianca avrebbe la possibilità di affidare le chiavi del tempio monetario al primo presidente afro-americano e apertamente gay.

Scelte di primo livello, ma forse in contrasto con la necessità di mantenere la conduzione della Fed nel solco della continuità in un periodo così delicato. Del resto, Powell ha di recente ricevuto l'endorsement della Yellen, favorevole a una sua riconferma, e gode della stima dei democratici per quanto fatto durante la pandemia. Non potrebbe essere altrimenti: nell'ultimo anno, la Fed ha assorbito il 57% di tutte le emissioni del Tesoro, consentendo di fatto non solo di finanziare la crescente spesa in deficit e di monetizzare il debito, ma garantendo soprattutto il mantenimento di tassi schiacciati vicino alla zero. Se i tassi fossero per esempio al 2,5%, un livello neppure troppo alto se si dà un'occhiata alle serie storiche, il governo federale dovrebbe pagare non gli attuali 345 miliardi di dollari l'anno di interessi, ma una cifra fra i 700 miliardi e gli 800 miliardi, non molto distante dall'intero bilancio della difesa.

C'è inoltre un motivo in più per non cambiare il «capitano»: in base al principio della rotazione fra i componenti, l'anno prossimo entreranno nel Fomc (l'organismo che decide, fra l'altro, le politiche di sostegno), alcuni governatori noti per essere dei falchi. Non rimuovere Powell significherebbe mantenere i giusti contrappesi nella conduzione del tapering e lasciare sullo sfondo il tema dell'inasprimento del costo del denaro. La cautela con cui Jay ha affrontato venerdì scorso, al simposio di Jackson Hole, la questione del ritiro degli aiuti, è una garanzia per i democratici che la Fed si muoverà con i piedi di piombo.

L'unico ostacolo sulla strada di Powell è la possibilità che si crei un'interferenza fra la sua permanenza a Eccles Building e la nomina di un candidato democratico alla supervisione bancaria, con il compito di rimettere i paletti tolti da Trump con la sua furia da deregulation non osteggiata dal capo della Fed. Un piccolo problema, cancellabile con la gomma del pragmatismo.

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