Chi rischia i tagli all'assegno unico

Quasi il 30% delle famiglie con l'attuale struttura del ddl delega sarebbero svantaggiate. "Riforma negativa" secondo Istat che suggerisce di aggiungere una clausola di salvaguardia

Chi rischia i tagli all'assegno unico

Dopo la votazione favorevole da parte della Camera e l'approvazione all'unanimità da parte della commissione Lavoro del Senato riguardo il Ddl delega, ovvero l'ultimo atto dell'azione del governo per quanto riguardo il lavoro, manca sono l'assenso dell'Aula di Palazzo Madama prima che il decreto possa entrare in atto. Si è arrivati alla fase culminante in cui deve essere esaminata la definizione dell'assegno unico nei confronti delle famiglie con figli con meno di 21 anni.

Se fino ad ora si è parlato in via teorica di cosa sarebbe stato questo disegno di legge, da questo momento si entra nel vivo in quanto, oltre ad essere necessaria la suddivisione in fasce dei nuclei familiari che lo riceveranno, sarà ancora più importante la definizione degli importi del contributo. Un ddl essenziale per più di 11 milioni di famiglie con figli in quanto sostituirà le detrazioni fiscali e gli Anf (assegni al nucleo familiare) per i dipendenti, più concretamente sta a significare ben 14 miliardi di euro. Si prevede l'entrata in vigore di questo per luglio, infatti, gli uffici tecnici stanno cerando di definire, in base alle risorse disponibili, come strutturare la nuova misura. L'obiettivo è ridurre al minimo possibile l'impatto negativo sui conti delle famiglie. Non tutti però saranno favoriti da questo ddl.

Gli svantaggiati

Chi, sicuramente, perderà le detrazioni fiscali sono i nuclei con figli a carico con un'età superiore ai 21 anni. Saranno danneggiate anche le famiglie con figli con un'età compresa tra i 18 ed i 21 anni in quanto vedranno dimezzarsi il proprio assegno. Condizione di ineriorità compensata in parte dall'annuncio di nuovi aiuti diretti ai giovani di quell'età. Penalizzate anche le coppie conviventi ma non sposate dal momento che per il calcolo degli Anf potranno calcolare il reddito solamente del richiedente e non di entrambi. Infine, ancora non è stata presa una posizione certa rifuardo il destino degli Anf per i pensionati.

La riforma secondo Istat

"Negativa" però, come riporta il Sole 24 ore, è la definizione di questa riforma secondo Istat. Il 20 ottobre, infatti, l'Istituto nazionale di statistica ha reso pubblica la sua proiezione dove ha quantificato i rischi e in audizione alla commissione Affari sociali ha espresso le sue perplessità in quanto non gioverebbe al 29,7% dei destinatari. Lo studio realizzato presume un assegno fisso di 40 euro mensili ai quali però va aggiunta una variabile a seconda dell'Isee che si possiede: se l'Indicatore della situazione economica equivalente è sotto i 13 mila euro, secondo la proiezione Istat, si arriva a percepire 200 euro mensili. Cifra che scende più si alza in reddito, infatti, qualora si possedesse un reddito oltre i 75 mila euro, l'assegno fissato sarebbe di 40 euro. Se il nucleo familiare conta più di 3 figli allora l'importo verrà maggiorato del 20%, se invece questi hanno dai 18 ai 21 anni, l'assegno verrà dimezzato. Queste sono le misure e le cifre della proiezione Istat che porterebbero ad un incremento di reddito per il 68% delle famiglie con figli. Particolarmente favorite sarebbe quelle con reddito da lavoro autonomo in quanto, oggi, non percepiscono Anf e quelle con i redditi più bassi in quanto impossibilitate ad usufruire di detrazioni fiscali.

Qualora la riforma fosse realmente strutturata in questa maniera, il 2,4% dei genitori non avrebbero nè ripercussioni nè giovamenti mentre il 29,7%, con l'abolizione delle misure attuali e l'introduzione della nuova, avrebbe un saldo negativo. Le famiglie più ricche sarebbero le più coinvolte ma anche il 20% di quelle con il reddito più basso subirebbe una detrazione.

La soluzione

L'unica maniera possibile per evitare questo scenario, secondo Gian Carlo Blangiardo, presidente Istat, è prevedere una clausola di salvaguardia così da garantire un riposizionamento in condizioni di parità. Il ministro per la famiglia Elena Bonetti, dopo questi suggerimenti, ha fatto sapere che sarà questa la direzione che seguiranno. La stessa commissione Lavoro del Senato ha approvato un ordine del giorno per introdurre questa clausola nel ddl.

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