E Mussari porta Siena al vertice dell’Abi

Sornione, Giuseppe Mussari in questi ultimi tre mesi si è giocato al meglio la sua partita per salire al vertice dell’Abi. Oggi arriverà l’investitura: il comitato esecutivo dell’Associazione bancaria italiana, sentita la relazione dei saggi, proporrà all’unanimità il nome di Mussari per il prossimo consiglio dell’Abi. Questo verrà nominato dall’assemblea plenaria dell’associazione, il 15 luglio prossimo. Procedura un po’ bizantina, tipicamente associativa, ma la sintesi è che da qual giorno il presidente del Monte dei Paschi di Siena diventerà anche il «capo» dei banchieri italiani. Cinque giorni dopo l’avvocato penalista, nato a Catanzaro da madre senese e padre calabrese, con un passato attivo nel movimento studentesco e un presente vicino ai democratici, compirà 48 anni.
A Siena, città chiacchierona, il Mussari conta da sempre amici e nemici. Ma ha saputo, nel tempo, farsi scegliere prima per il vertice della Fondazione che controlla la banca (e prima dei quarant’anni), poi direttamente per quello di Rocca Salimbeni. Un percorso senza precedenti per uno che non è senese di nascita e che per questo vive il Palio senza avere una contrada. Mentre perde la testa per il basket, come è successo anche domenica scorsa a Milano, in occasione della gara quattro che ha sancito la conquista del quarto titolo consecutivo per il Montepaschi.
Ma con la nomina al vertice dell’Abi Mussari è riuscito a cambiare marcia, portando se stesso e il Monte su una strada nuova: la banca senese, terzo gruppo italiano, lascia la provincia e guadagna una centralità inedita non solo nel sistema bancario, ma anche nella mappa dei grandi poteri finanziari. Nel frattempo l’intreccio delle partecipazioni incrociate con la pericolosa galassia Unipol-Hopa dell’era Consorte-Gnutti è spezzato per sempre; mentre nell’azionariato storicamente chiuso della Rocca senese sono entrati due protagonisti attuali dei grandi giochi come Francesco Caltagirone e il gruppo Axa. Né hanno nuociuto, all’abile Mussari, le relazioni pericolose con la politica e con la sinistra che in una città come Siena sono terreno obbligato per chi si muove tra Fondazione e banca. Così il terremoto nel Partito Democratico non ha travolto le relazioni del presidente con il sistema veltroniano, dal quale ha saputo smarcarsi per tempo. Guardando, una volta per tutte, in direzioni ben più solide.

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