Stampa e social media negli ultimi anni stanno diventando sempre di più due facce della stessa medaglia, ovvero della comunicazione. E la sentenza arrivata ieri dalla Corte di Giustizia europea, che dà ragione all'Italia (Agcom) contro il ricorso di Meta (in foto il fondatore Mark Zuckerberg), segna un punto di non ritorno nella guerra di logoramento tra Big Tech e stampa. Il verdetto è stato netto: gli Stati membri possono imporre un'equa remunerazione per l'uso dei contenuti giornalistici online. Insomma, il valore generato sulle bacheche social non può più essere a senso unico.
I giudici di Lussemburgo hanno inoltre stabilito che l'obbligo per le piattaforme di trattare senza oscurare o limitare la visibilità dei contenuti è legittimo. Allo stesso tempo i social non possono nascondere le notizie per forzare la mano agli editori. Si tratta di una compressione della libertà d'impresa che, tuttavia, secondo la Corte di Giustizia è giustificata da un bene superiore: la tutela del pluralismo. In questo scenario, gli editori dovrebbero riuscire a recuperare più investimenti anche perché se la fabbrica delle idee non è più profittevole, allora scompare la libertà di stampa, che non è più tutelata.
Non si tratta di una novità assoluta: l'Europa con questa sentenza si avvicina al modello Australia. Canberra è stata infatti l'apripista con il suo News Bargaining Code. Inoltre, ad aprile, il Governo ha proposto una sovrattassa specifica (del 2,25% sui ricavi in Australia) per le piattaforme che si rifiutano di investire nei media tradizionali o di siglare accordi.
Gli editori italiani di giornali esprimono "grande soddisfazione per la decisione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che ha riconosciuto la compatibilità con il diritto
europeo della normativa italiana sull'equa remunerazione degli editori per l'utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche". Insomma, il tempo del free riding sui contenuti dei media tradizionali in Europa sta scadendo.