Il Fmi non può permettersi un altro crac di Argentina

Il Fondo monetario è esposto per 44 miliardi e preme perché Usa & C. facciano lo sconto sul debito

Il Fmi non può permettersi un altro crac di Argentina

Se l'Argentina riuscirà a evitare il nono default della propria storia, dovrà ringraziare il Fondo monetario internazionale. Proprio lo stesso Fmi che giudica ormai «insostenibile» il debito di Buenos Aires.

Ma quella che suona come una condanna alla bancarotta, è in realtà il tentativo di evitare il peggio. L'organizzazione guidata da Kristalina Georgieva è esposta nei confronti del Paese sudamericano per 44 miliardi di dollari (una cifra pari al 6,5% del proprio capitale), ma per statuto non può praticare alcun tipo di haircut sulle somme prestate. Certo, girano voci secondo cui Washington potrebbe accettare un taglio del 25%, ma il resto dovranno accollarselo gli altri creditori. E la sforbiciata sui circa 100 miliardi di prestiti e obbligazioni in circolazione rischia di essere pesante. Nessuno, infatti, ipotizza la possibilità di un recupero del 66% come avvenne con l'Uruguay nel 2003, o addirittura dell'80% quando la crisi aveva travolto l'Ucraina nel 2015.

A complicare la situazione, il fatto che il debito è «spalmato» su più fronti, essendo in mano a hedge fund, entità finanziarie internazionali e investitori domestici. «Se tutte le parti si dimostrano disposte ad accordarsi - ha detto ieri il presidente, Alberto Fernandez - l'Argentina potrà crescere di nuovo e rispettare i suoi impegni».

L'auspicio del successore alla Casa Rosada di Ignacio Macri cozza però con il recente fallimento della provincia di Buenos Aires di rinviare di tre mesi il pagamento di un'obbligazione per 250 milioni di dollari a causa del mancato raggiungimento del 75% di adesione dei creditori. È il segno che in pochi sembrano disposti a far sconti. Se la strada della dilazione delle scadenze appare in salita, entro la fine dell'anno andranno rimborsati 26 miliardi a investitori privati.

Il problema di fondo è che, ad ora, non vi sono segnali di miglioramento del quadro economico. L'Argentina è impantanata nella recessione dal 2018 (in due anni ha perso oltre il 6% di Pil), non tornerà a crescere quest'anno (l'Fmi prevede un -1,3%), soffre di un'inflazione galoppante (è al 40%) e di una disoccupazione fuori controllo che ha trascinato al 40% il tasso di povertà. E su un Paese già flagellato incombe anche il pericolo di dover sopportare un calo delle esportazioni verso la Cina e un'ulteriore svalutazione del peso a causa del corona virus, con effetti devastanti sul potere d'acquisto della popolazione. A maggior ragione dopo la decisione presa ieri dalla banca centrale di tagliare i tassi dal 44 al 40%.

Resta da capire fino a che punto i provvedimenti presi dal nuovo governo porteranno benefici. Fernandez ha puntato su misure di austerity che vanno a colpire, per mezzo di una fiscalità più pesante, soprattutto le classi medie, messo una tassa del 30% sugli acquisti in valuta estera e imposto inasprimenti fiscali sulle esportazioni agricole. Ma per strappare l'Argentina dall'ennesima bancarotta ci vorrà ben altro.

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