Germania in stallo, rischio recessione

Pil tedesco a crescita zero nel quarto trimestre. Il coronavirus fa sempre più paura

Germania in stallo, rischio recessione

Con la primazia della nazione esaltata nell'über alles dell'inno che lascia il posto a una mediocrità neppure lontanamente aurea, la Germania si scopre sempre più debole sul suo lato più forte, quello economico. Così vulnerabile, ora, da farla assomigliare all'Italia, la Cenerentola d'Europa. Noi ultimi, loro appena un gradino sopra. I dati diffusi ieri da Destatis, l'Istat tedesca, suonano come una sentenza per Berlino, impiombata nel quarto trimestre da una crescita zero. Anche se nel 2019 il Pil è aumentato dello 0,6% (comunque il risultato peggiore dal 2013), l'ultimo quarter indica stagnazione e, in prospettiva, lascia balenare uno scivolamento in recessione. Molto probabile non appena gli indicatori macroeconomici ingloberanno anche gli effetti deleteri del corona virus. Insomma, tutt'altro scenario rispetto a quello prospettato a fine gennaio dal governo di Angela Merkel (in foto) con il ritocco verso l'alto, all'1,1%, delle previsioni di crescita per il 2020.

Improbabile che vada diversamente. Il periodo settembre-dicembre dello scorso anno ha solo messo a nudo l'incapacità dei tedeschi di cambiare spartito, malgrado le prime avvisaglie di crisi si fossero manifestate fra aprile e giugno dell'anno scorso (-0,1% il Pil) e ancora prima alla fine del 2018, il momento in cui il settore manifatturiero entra in rezession per non uscirne più. La guerra dei dazi fra Usa e Cina, causa primaria della caduta della domanda di veicoli nel Paese del Dragone, ha solo finito per amplificare le difficoltà in cui già si dibattevano Volkswagen, Bmw e Daimler-Benz a causa del dieselgate e della difficile (e costosa) transizione dai motori a combustione a quelli elettrici. E se nel 2019 le vendite di quattroruote nell'ex Impero Celeste, principale mercato di sbocco dei marchi tedeschi, sono crollate dell'8%, l'anno in corso si preannuncia drammatico: in gennaio le immatricolazioni sono scese di oltre il 20% e, secondo l'associazione dei concessionari cinesi, questo mese potrebbero precipitare del 50-80%. Per i bilanci delle major tedesche e di tutto l'indotto, un pianto greco.

Nessun mezzo di contrasto è però stato finora attivato per invertire la tendenza. L'industria tedesca si è messa in trincea, riducendo gli investimenti in attrezzature e arrendendosi davanti al brusco calo della produzione (-1,9% nel quarto trimestre).

Poi, c'è il versante pubblico. Berlino continua a impiegare una modestissima quota del proprio ipertrofico - e fuorilegge - surplus di bilancio (circa il 9% del Pil contro il 6% consentito dalle regole comunitarie) per sostenere la crescita. E ora, si cominciano a intravvedere i primi cedimenti nel mercato del lavoro e dei consumi privati, i due anelli concatenati che finora avevano permesso di limitare i danni.

Urge quindi trovare un nuovo modello di crescita, di cui possa beneficiare anche l'Italia, che ha nella Germania il principale interlocutore economico grazie a esportazioni nel 2018 per 58 miliardi di euro, soprattutto nel settore della componentistica per l'auto. Insomma: se Berlino ha il raffreddore, Roma si becca la polmonite. E non per colpa del coronavirus.