I banchieri si arrendono all'assalto delle criptovalute

Il boom dei Bitcoin costringe i big Usa a imitarli, le banche centrali a difendersi e le paytech ad aprirsi

I banchieri si arrendono  all'assalto delle criptovalute

Fino a non molto tempo fa, alla parola criptovaluta convocavano un esorcista. Adesso, nella comunità finanziaria siamo alla genuflessione collettiva: tutti prostrati davanti al nuovo dio monetario. L'ultimo inginocchiamento l'ha offerto ieri il co-presidente di JPMorgan, Daniel Pinto (Bitcoin? Dovremo essere coinvolti), col risultato di far schizzare fino a 48mila dollari la proto-valuta digitale e sopra quota 1.800 l'Ethereum, una delle sue consorelle. I tempi stanno cambiando: la banca è la stessa che, non più tardi di quattro anni fa, licenziava in tronco i dipendenti sorpresi a scambiare denaro elettronico e che per bocca del suo boss, Jamie Dimon, liquidava il fenomeno come una frode che esploderà. Non è ancora successo.

Anzi: con cadenza pressoché quotidiana, il gotha della finanza si va schierando compatto a favore degli aedi della finanza decentralizzata. Dopo l'endorsement smaccato dei bitcoin del guru di Tesla, Elon Musk, si è scoperto che Goldman Sachs ha invitato la scorsa settimana Mike Novogratz, ceo e fondatore della società di cripto-monete Galaxy Digital, a un forum in teleconferenza organizzato per istruire dipendenti e clienti. Un modo per preparare il terreno in vista del grande salto. Già compiuto da MicroStrategy, Mastercard, PayPal e BNY Mellon e che ora sembra solleticare anche Visa, dove è allo studio una piattaforma elettronica destinata a permettere alle banche di offrire servizi bitcoin. Tempi maturi, forse, anche per vedere Apple aprire alle crypto il portafoglio Wallet, finora limitato alla conservazione di carte di credito, carte d'imbarco e biglietti del cinema.

Insomma, siamo di fronte allo sdoganamento di un mondo che agli albori pareva roba da nerd, e poi da codice penale. Poco importa se l'universo delle monete 2.0 sia lontano anni luce dal modello di rete necessario per governare le transazioni monetarie e se la proprietà di Bitcoin sia talmente concentrata da avere buon gioco nel manipolare il mercato: importa, semmai, che una tecnologia nata in antitesi alla sovranità delle banche centrali si stia trasformando, per la legge del contrappasso, in una grande opportunità per ricchi.

Christine Lagarde continua a lanciare anatemi contro le riprovevoli e speculative valute digitali, ma finge di non sapere, come peraltro la Fed e l'attuale ministro del Tesoro Usa, Janet Yellen, che, se di mostro si tratta, questo è stato partorito dal ventre delle banche centrali. La progressiva compressione dei tassi d'interesse e il fiume di liquidità sui mercati stanno spingendo sempre più investitori nell'orbita dei bitcoin. Sono gli stessi costretti a detenere obbligazioni con rendimento negativo pari a 18mila miliardi di dollari e che cercano altrove margini di guadagno. Anche a costo di accollarsi grossi rischi e di inflazionare a dismisura, appunto, asset come le monete digitali. Proprio JP Morgan ha messo a fuoco quanto sta accadendo: Indipendentemente dal fatto che le criptovalute vengano giudicate alla fine come un'innovazione finanziaria o una bolla speculativa, Bitcoin ha già ottenuto l'apprezzamento del prezzo più veloce di qualsiasi asset con cui viene spesso confrontato, come l'oro (1970), azioni giapponesi (anni '80), azioni tecnologiche (anni '90), azioni cinesi (anni 2000), materie prime (anni 2000) e azioni FANG (anni 2010). Taglia corto Howard Wang, ex analista di Bridgewater: Bitcoin è una bolla gigante, ma il sistema fiat (cioè le monete a corso legale, ndr) è una bolla ancora più grande.

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