La vera svolta nella contesa è arrivata alla vigilia del voto per rinnovare i vertici di Mps. Il cda di Delfin, cassaforte della famiglia Del Vecchio, si riunisce per decidere dove portare il suo 17,5% del capitale dell'istituto e determinare così il vincitore tra la lista di Luigi Lovaglio e quella del cda, che proponeva Fabrizio Palermo. A maggioranza sarebbe passata la linea di schierarsi per il primo, modificando la linea dell'astensione per la quale fino a quel momento si era battuto il presidente e ad Francesco Milleri. Ancora tutta da decifrare invece la mossa del Banco Bpm, che alla fine ha scelto anch'esso con il suo 3,7% per il ritorno in sella di Lovaglio contro il parere dei proxy advisor Iss e Glass Lewis. Secondo fonti di mercato, dietro la mossa potrebbe esserci l'idea di arrivare a rimettere sul tavolo le nozze con Mps. Un'ipotesi che a suo tempo era stata benedetta anche dal ministero dell'Economia, che ieri non ha preso parte al voto in assemblea, prima che Unicredit lanciasse la tormentata Ops (poi deragliata) su Piazza Meda.
Lovaglio nell'assemblea di ieri ha parlato di Mps come di una serie su Netflix. Un'analogia quanto mai calzante, andando a ritroso di un film costellato di duelli e colpi di scena. Il punto di non ritorno si è scatenato sul futuro di Mediobanca, del quale si è iniziato a discutere subito dopo la conclusione della scalata a Piazzetta Cuccia. Da una parte i rappresentanti del gruppo Caltagirone nel consiglio d'amministrazione di Mps avrebbero voluto mantenerla quotata, dall'altra Lovaglio spingeva per il delisting. La spuntò il banchiere, che si mostrò inflessibile nel proseguire su quella che secondo lui sarebbe stata la strada migliore per sprigionare i 700 milioni di euro di sinergie promesse al mercato. L'altro nodo spinoso è tuttora il destino della quota del 13,2% di Generali custodita da Piazzetta Cuccia: per Lovaglio importante, ma vendibile per finanziare un cambiamento strutturale del gruppo attraverso acquisizioni. Per il grande socio Francesco Gaetano Caltagirone irrinunciabile, anche in virtù del fatto che nell'ultimo bilancio semestrale ha contribuito a circa metà dell'utile netto di 512 milioni. Su questi due temi, peraltro collegati tra loro, il rapporto un tempo ottimo tra Caltagirone e Lovaglio si è deteriorato in modo definitivo. Da lì in poi si è scatenata una girandola di accadimenti. Il disaccordo nel board - con tanto di fallimento dei vari tentativi di mediazione - è sfociato in un piano industriale presentato al mercato povero di dettagli, che per questo è stato preso male dalla Borsa la quale ha reagito con un capitombolo. E il ceo, dapprima compreso in una lista di 30 nomi candidabili per la lista del cda, viene infine clamorosamente escluso dalla selezione finale. Si rincorrono voci di un disimpegno di Lovaglio, di una poltrona pronta per lui alla guida di Amco. Invece arriva la scialuppa di salvataggio, che con il passare del tempo si è trasformata in un veliero: la Plt Holding di Pierluigi Tortora, socio di Mps, lo ricandida come ceo. Il vecchio board licenzia Lovaglio. I proxy invitano i fondi a votare contro di lui in assemblea.
Sembra la fine per il "baffo d'acciaio", fino a quando Blackrock e Norges decidono di sostenerlo seguiti da Delfin e Bpm. Una vittoria clamorosa, con un percorso che da ora in poi rischia di essere poco agevole a causa delle divisioni interne al cda.