Monte Paschi apre al matrimonio

Profumo: «Valuteremo qualsiasi proposta, italiana o straniera, purché crei valore per i soci»

Monte Paschi apre al matrimonio

Il presidente Alessandro Profumo non si stanca di ripeterlo: Monte Paschi sta preparando un altro aumento di capitale da 2,5 miliardi per rimediare agli esami della Bce e dovrà «remunerarlo». Siena ha pertanto l'obbligo di «considerare seriamente» ogni proposta di matrimonio sia dall'Italia sia dall'estero, scegliendo quella che darà «maggiore valore agli stakeholder». Una sorta di pena del contrappasso per i contradaioli di Comune e Provincia che hanno considerato (e trattato) per decenni Rocca Salimbeni come fosse cosa loro tramite la Fondazione Mps. Per ora, tuttavia, nessuno si è fatto avanti, ha chiarito Profumo per poi togliersi una spina dal fianco: «Molti non avrebbero scommesso 10 centesimi che sarei riuscito a mantenere a lungo la presidenza di Mps» dopo essere stato il capo azienda di Unicredit.

I potenziali pretendenti di Siena restano, prese di distanza ufficiali a parte, Ubi che dovrebbe però superare lo status cooperativo e i francesi di Bnp Paribas, che già controllano Bnl. Ci sono però almeno tre ostacoli al reale avvio del risiko del credito italiano. Il principale è lo stesso vincolo patrimoniale, perché la Vigilanza unica potrebbe chiedere ulteriori margini di sicurezza a chi ha superato gli stress test di misura. A questo si aggiunge il tramonto annunciato della governance duale, che con la moltiplicazione delle poltrone tra consiglio di gestione e di sorveglianza aveva accompagnato (e favorito) le grandi aggregazioni del 2006-2007, accontentando manager e grandi soci. La stessa Intesa Sanpaolo ha aperto un cantiere per decidere come intervenire sulla sua governance.

Il terzo deterrente è la forza lavoro. Un aspetto cruciale per una industria che considera in eccesso i suoi 300mila addetti, malgrado le 28mila uscite già previste entro il 2020 grazie al Fondo esuberi e le 48mila consumate dal 2000. Insomma, chiunque si fonda con Mps o con Carige, l'altra banca bocciata dagli stress test in cerca di un cavaliere bianco, dovrà tagliare. Non per nulla tra i maggiori punti di contrasto nella trattativa, che l'Abi ha affidato allo stesso Profumo, per il rinnovo del contratto dei bancari, ci sono la ridefinizione dell'«area contrattuale» e la semplificazione degli «inquadramenti», entrambe fortemente osteggiate dai sindacati, a partire dalla Fabi di Lando Sileoni e dalla Fisac di Agostino Megale insieme a Fiba e Uilca. La prima renderebbe più agevoli le esternalizzazioni; la seconda permetterebbe di riciclare i cassieri e spostare (senza aggravi) i quadri direttivi in servizi a valore aggiunto.

Collegato con l'«Intervista» di Sky Tg 24 dalla sua villa di Nibbiano, tra le colline del piacentino, Profumo ha quindi aggiunto che ogni manager dovrebbe «pensare in modo serio alla sua successione», anche se poi l'ultima parola spetta ai soci. Il banchiere ha quindi escluso qualsiasi impegno diretto in Parlamento con il Pd: «Ho un carattere che non mi permetterebbe» di fare politica. E davanti a una stampa anglosassone che vaticina l'uscita della Penisola dall'eurozona, ha le idee chiare: «Non penso proprio che succeda. Con la lira abbiamo vissuto su svalutazione e alta inflazione» e oggi questo quadro rappresenterebbe «una catastrofe per le fasce più deboli» del Paese. «Poi c'è qualcuno che può sperare di trarne dei profitti».

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