Mps, l'ultima pulizia costa 360 milioni

L'accordo tombale sul contratto sottoscritto con Nomura rende più agevole la ricerca di un partner

Quando si dice il destino. Massimo Tononi ha celebrato il primo giorno da presidente del Monte dei Paschi con la chiusura del derivato Alexandria. Ovvero il contratto sottoscritto nel 2009 dagli ex vertici della banca senese per finanziare lo sciagurato acquisto di Antonveneta che a gennaio del 2013 ha innescato il tracollo del Monte nonché le inchieste giudiziarie sulla gestione Mussari.

Il nuovo inizio, insomma, parte chiudendo i conti col passato. Lo ha sottolineato lo stesso ad Fabrizio Viola ieri durante una conferenza telefonica con gli analisti: «Abbiamo chiuso l'ultima operazione problematica legata alla precedente gestione della banca. Ciò mi rende fiducioso sulla capacità di continuare a soddisfare le richieste della Bce sul capitale» e rappresenta anche «un buon punto di partenza per andare a vedere anche i prossimi risultati delle verifiche Srep», vale a dire il nuovo check-up di Francoforte sugli istituti europei. I vantaggi, infatti, si vedranno in termini di miglioramento della liquidità, del margine d'interesse e del profilo di rischio. In particolare, per effetto della transazione Mps riceverà un portafoglio di 2,6 miliardi titoli di Stato (Btp) che determinerà «un contributo positivo in termini di margine d'interesse di 40 milioni di euro su base annua», ha spiegato il direttore finanziario, Bernardo Mingrone, che oggi lascerà la banca senese per approdare in Unicredit. Grazie a questo accordo viene quindi eliminato un derivato complesso che sarebbe rimasto in pancia alla banca fino al 2040. Il costo in contanti pagato dalla banca senese per chiudere l'operazione è ammontato a 359 milioni ma l'impatto netto a conto economico che verrà contabilizzato nel terzo trimestre ammonta a 88 milioni (130 milioni lordi). L'accordo chiude inoltre le cause legali che Mps e Nomura (che ieri ha ribadito la correttezza delle transazioni) hanno mosso nel frattempo l'una contro l'altra.

Tirando le fila, Siena ha dovuto sborsare altri 359 milioni di euro ma la cifra poteva essere anche peggiore, visto che l'esborso risulta 440 milioni in meno rispetto ai 799 milioni previsti dalla chiusura anticipata.

Non solo. Al di là dei numeri, l'aver disinnescato la mina Alexandria libera il Monte dall'incertezza e rende più agevole il cammino verso l'aggregazione indicato dalla Bce (come alternativa a un ennesimo aumento di capitale). Si spiega così il rally in Borsa del titolo Mps che ha chiuso la seduta di ieri in rialzo del 4,45% attestandosi a 1,54 euro con volumi sostenuti. Dopo aver punito con le vendite di mercoledì la cautela di Tononi che ha chiesto tempo fino al 2016 per un'aggregazione, ieri il mercato ha premiato il primo passo verso la nuova vita del Monte. Con una «dote» più immacolata, per la banca senese sarà infatti più facile trovare marito.

Ne sono convinti anche gli analisti che «benedicono» l'accordo definendolo «una pietra miliare nel processo di riduzione del rischio della banca». E aspettano che venga superato l'ultimo scoglio, quello della bad bank - su cui stanno trattando il Tesoro e la Commissione Ue - che alleggerirebbe l'istituto senese dalla zavorra dei crediti in sofferenza.

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