Economia

Tassa sui colossi, arrivano i primi "sì"

Italia, Francia, Germania e Giappone sdoganano l'idea Usa per l'aliquota del 15%

Tassa sui colossi, arrivano i primi "sì"

L'America fa un passo indietro, proponendo di abbassare dal 21 al 15% la minimum tax globale, e subito raccoglie il consenso di quattro dei grandi che la prossima estate si riuniranno intorno a un tavolo per discutere di un argomento spinoso, su cui da tempo l'Ocse non riesce a trovare la quadra. La retromarcia dell'amministrazione Biden è un tentativo neanche troppo velato di vedere chi sta al gioco. Washington, che necessita di recuperare maggiori introiti dalle multinazionali per coprire parte dei 5mila miliardi di dollari stanziati per la ricostruzione post-Covid, considera infatti il 15% come una base di partenza: per gradi, si dovrà arrivare a un'aliquota più elevata.

«Accolgo con favore la proposta avanzata dal Tesoro Usa: è un altro passo importante verso un accordo», dice il ministro dell'Economia, Daniele Franco. Ma la matassa è complicata da sbrogliare. Il ministro giapponese delle Finanze, Taro Aso, pur definendo «un progresso» la proposta Usa, ha ricordato come sia «necessario creare un dibattito, poiché è impossibile per un singolo Paese come il Giappone, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti decidere l'aliquota fiscale minima. Non sarà così semplice». Francia e Germania parlano di svolta, ma se Berlino parla della «migliore occasione per contrastare la corsa fiscale al ribasso», Parigi pone l'accento soprattutto sulla necessità di «avere un accordo politico non più tardi della riunione del G20 in Italia a luglio».

La fretta di trovare un deal mal si concilia con l'impianto di tassazione, fortemente variegato, all'interno dell'Europa. Dove alcuni big, come per esempio Apple e Amazon, il colosso dell'e-commercio creato da Jeff Bezos, hanno trovato territorio fertile per pagare meno imposte. E, malgrado le cause intentate da Bruxelles, nella giustizia europea una sorta di braccio legale che ne ha legittimato l'operato. L'Irlanda, con la sua aliquota del 12,5% sugli utili è un potente catalizzatore di multinazionali, ma anche il Lussemburgo (circa il 22%) non è da meno. Il mese scorso il ministro delle Finanze irlandese, Paschal Donohoe, è andato dritto al cuore del problema: alle nazioni più piccole, ha sostenuto, dovrebbe essere consentito di avere aliquote fiscali più basse dato che non hanno la stessa capacità di scala delle economie più grandi. Malgrado il 15% proposto dagli Usa si avvicini al 12,5% in discussione all'Ocse, è evidente che trovare un compromesso non sarà facile.

Se quella della tassa minima globale si annuncia come una partita ancora lunga da giocare, alla Bce il redde rationem può essere questione di poche settimane. Meno di tre ne mancano all'appuntamento del 10 giugno, quando i falchi di Francoforte potrebbero puntare i piedi sulla calendarizzazione del tapering, ovvero la riduzione graduale degli acquisti nell'ambito del piano contro l'emergenza pandemica. Aggiungendo magari, come carico da novanta, anche le richieste di riportare gli acquisti sui binari della capital key e di ripristinare il limite che impedisce di detenere più del 33% del debito pubblico in circolazione di ciascun Paese. Christine Lagarde ha ribadito ieri che, poiché l'evoluzione della ripresa economica è «incerta», «è ancora troppo presto per parlare di temi di lungo termine» e che il Pepp «resterà almeno fino a marzo del 2022». Parole che non escludono tuttavia, nei prossimi mesi, un taglio dell'ammontare dei bond acquistati. Per l'Italia sarebbero guai. Il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, è silente da quando, in aprile, ha ricordato come la missione dell'Eurotower non sia quella di comprare obbligazioni sovrane dei Paesi indebitati. Ma l'uscita di qualche giorno fa di Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della Bce («L'inflazione tedesca sarà sopra al 3% quest'anno») lascia intendere che in Germania la pazienza è ormai finita.

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