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Edgar Morin, pensatore diviso tra due culture (e a suo agio con tutti)

Edgar Morin, pensatore diviso tra due culture (e a suo agio con tutti)
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Sembra non aver sbagliato una mossa. A scorrere la sua biografia, considerando gli studi e gli argomenti filosofici, sociologici, antropologici, politici studiati, ci si accorge come Edgar Morin - morto ieri a 104 anni a Parigi - abbia sempre fatto le scelte giuste nel momento giusto. È l'esempio dell'intellettuale che non si fa usare dalla politica, ma che sa bene con chi allearsi e chi evitare.

Anche il cognome viene cambiato nel momento opportuno: il suo originario, Nahoum, quello del padre, commerciante ebreo di Salonicco, viene sostituito durante la sua partecipazione alla Resistenza al nazismo con il nome di battaglia Morin. Siamo nel 1942 e il giovane Edgar entra nella lotta partigiana senza incertezze. È iscritto al Partito socialista che, di fronte agli eventi che stanno sconvolgendo il mondo, gli appare troppo fragile, poco incisivo. Così quando prende parte alla liberazione di Parigi dai nazisti, è da poco già iscritto al Partito comunista, seguendo le scelte della maggior parte degli intellettuali francesi di sinistra. Ma, presto, i tempi post bellici suggeriscono a Morin di rivedere le proprie posizioni. Siamo al centro della critica internazionale allo stalinismo, e Morin partecipa attivamente alle iniziative che intendono rifondare il comunismo internazionale rinnegando Stalin.

Si spinge troppo in là e viene radiato dal Partito comunista, ma si trova accanto alle migliori intelligenze della cultura francese, vivendo l'espulsione con l'orgoglio di chi sa da che parte sia giusto (meglio) stare. E infatti, certamente per meriti culturali ma anche per la propria collocazione politica, viene accolto nel prestigioso Centre national de la recherche scientifique, grazie all'interessamento di filosofi di spessore come Maurice Merleau-Ponty e Vladimir Jankélévitch.

Quando la Francia deve affrontare la crisi del colonialismo, Morin non ha difficoltà a scegliere da che parte stare. Siamo nel '55, e Morin è tra gli intellettuali più attivi contro la guerra in Algeria. Adesso decide che il Partito socialista (nel frattempo aveva conosciuto Francois Mitterrand) è quello che meglio può valorizzare il suo pensiero e la sua azione politica. Così il maggio del '68 non lo coglie impreparato: all'Università di Nanterre, centro della contestazione degli studenti parigini, è professore e convinto sostenitore del movimento. Nel suo ribellismo, Morin coglie i temi cruciali della crisi dell'Occidente: la frantumazione della razionalità illuminista, la fine dell'idea del progresso inarrestabile della Storia. Una crisi che Morin aveva studiato con ricerche interdisciplinari sull'antropologia, sulla sociologia, sulla filosofia e, anche, su argomenti propri del cinema, sua grande passione. Al centro la sua idea che lo sviluppo moderno della cultura si sia divaricato in un sapere scientifico e in uno umanistico. Da un lato la ricerca scientifica che arriva a scoperte straordinarie trascurando di interrogarsi sui principi etici delle sue nuove conoscenze; dall'altro il sapere umanistico che naufraga in riflessioni metafisiche lontane dalle esigenze dei tempi moderni.

In un assiduo lavoro di sintesi delle due dimensioni del sapere, l'opera di Edgar Morin raggiunge i risultati più interessanti e attuali, considerando come oggi la tecnologia, nell'aprire frontiere sempre più ampie del sapere, richieda anche il più approfondito legame con la tradizione umanistica.

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