Effetto virus: 20mila pubblicazioni in tre mesi (molte smentite e ritirate)

Clamorosi gli errori sull'idrossiclorochina e sui millantati effetti del farmaco anti pidocchi

La pandemia ha portato sì più finanziamenti alla ricerca ma ha anche creato un effetto collaterale che le ha fatto perdere un po' di autorità: l'ha fatta ammalare di bulimia di pubblicazioni. Si è scritto molto, troppo. E non tutti gli articoli scientifici erano all'altezza. Tanto che alcuni sono stati ritirati o smentiti. Si calcola che le ricerche dedicate al coronavirus siano state 20mila in tre mesi in tutto il mondo, il doppio rispetto al solito, molte dettate più dalla voglia di apparire sulle riviste scientifiche che da dati effettivamente utili. Clamoroso il caso dell'idrossiclorochina, il farmaco antimalarico scoperto negli anni Venti, prima decantato come la panacea anti Covid da uno studio francese, poi affossato, poi nuovamente scagionato. L'Oms e alcuni governi hanno cambiato la loro strategia sul suo utilizzo sulla base delle notizie scientifiche: e sono andati in allarme quando il Lancet ha pubblicato che il farmaco può aumentare problemi cardiaci e mortalità nel pazienti Covid. Tuttavia lo studio è stato ritirato. Creando una confusione indicibile. La ricerca che ha mandato tutti in allarme era stata condotta da una piccola azienda con base a Chicago e con pochissimi dipendenti tra cui figurano una modella porno e un autore di fantascienza.

Ritirato anche uno studio pubblicato sul New England sugli effetti cardiovascolari del virus. Frenata in corner anche per una ricerca condotta dai ricercatori delle università americane dello Utah e di Harvard sull'ivermectina, il farmaco anti pidocchi associato a una diminuzione della mortalità e della permanenza in ospedale. Si è scritto molto: fino al 14 aprile gli articoli ammontavano a 4.448. L'epidemia è nata prima, ma è diventata di pubblico dominio solo nei primi giorni di gennaio. Sono passati, quindi, meno di 100 giorni da quando l'epidemia è diventato oggetto di analisi pubbliche da parte di scienziati. Da allora il numero di queste analisi è diventato esplosivo: sono stati pubblicati, infatti, all'incirca 50 articoli al giorno. Il gruppo dell'Istituto nazionale per la ricerca sulla salute ha ripartito questi articoli in diverse categorie: trasmissione/rischio/prevalenza, diagnosi, impatti sulla salute, sviluppo dei vaccini, sviluppo dei trattamenti, genetica e biologia, rapporti su pazienti, casi studio, organizzazione sociale e impatti economici, salute mentale, altri virus.

La parte del leone la fa il raggruppamento degli articoli senza dati, di commento, riflessione, dialettica e scambio, che ammontano al 63% del totale.

Questo era prevedibile nelle prime fasi dell'epidemia, quando i dati mancavano e in ogni caso mancava il tempo per analisi quantitative approfondite. Ma il dato interessante è che la percentuale degli articoli «senza dati» è andata crescendo nel tempo. Il motivo è chiaro: nell'ambito della scienza post-accademica gli scienziati hanno bisogno del consenso sociale e tendono a interessarsi dei problemi considerati rilevanti dagli Stati, dalle imprese e dall'opinione pubblica.

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