Elogio di chi non vuole la laurea "pezzo di carta"

Si deve essere fieri del proprio aspetto, non è una vergogna da "vestire" di finta cultura. Maria Perrusi, la nuova Miss Italia, ha detto di non saper far nulla. È stato il suo professore di ragioneria a iscriverla al concorso. E ha fatto bene: la bellezza è un talento

Elogio di chi non vuole la laurea "pezzo di carta"

Difficile che un professore sia anche un maestro di vita, ma a volte capita, e così l’alunno ottiene qualche vantaggio, raggiunge qualche successo. È accaduto alla Miss Italia nuova di zecca, la calabrese Maria Perrusi. Il professore era andato a far supplenza nella scuola dove la ragazza frequentava l’ultimo anno di ragioneria.

Evidentemente ha avuto l’occhio clinico. Non solo ha suggerito all’allieva di partecipare al concorso di bellezza, ma per non lasciare irrealizzata la sua idea, è andato lui stesso a presentare i documenti necessari per l’iscrizione.

Oggi gli insegnanti sono spregiudicati come i propri alunni e, come loro, non hanno peli sulla lingua. Qualche volta, dopo un’interrogazione disastrosa, non è affatto raro che il professore consigli allo studente di andare a fare il commesso, il portiere, lo spazzino o altro lavoro manuale che non presenti troppi problemi di apprendimento. Non sappiamo se il professore abbia avuto la brillante intuizione dopo aver interrogato Maria. Comunque, sia che il suggerimento l’abbia dato soltanto dopo un attento sguardo alle forme della ragazza, sia dopo aver capito quale fosse il suo livello culturale, si è rivelato prezioso.

Un bravo docente, con l’anima piena di moralità, avrebbe, al contrario del supplente di ragioneria, preteso studi e sacrificio, avrebbe chiesto di rimanere lontano dalle tentazioni della vita, di rifuggire i riflettori, la televisione, la macchina da ripresa: soltanto studiare e sacrificarsi sui libri, prepararsi per l’università e prendere il famoso pezzo di carta necessario per andare avanti nella vita.
Poi, magari, quel bravo docente pieno di moralità è il responsabile di qualche trucco ai concorsi, per lasciare fuori i meritevoli e mettere in cattedra la sua amante o, più modestamente, sua moglie. Ma questa è un’altra storia, comunque una vicenda che non riguarda il professore supplente di ragioneria, al quale non doveva importare un bel niente se la sua studentessa fosse bella e colta, oppure bella e somara, perché per lui era la bellezza che si doveva premiare.
Un insegnante ha il dovere di capire quali siano le doti migliori di uno studente, e anche se queste non riguardano il programma scolastico devono essere valorizzate. Perché escludere la bellezza? Perché considerarla una qualità effimera, irrilevante?

Il professore si deve essere chiesto perché, all’origine della nostra civiltà, ci sia stato proprio un concorso di bellezza: Paride chiamato a giudicare la più bella tra Giunone, Minerva e Venere. Come tutti i giurati dei concorsi di bellezza che si rispettino, Paride si fece corrompere da Venere che gli promise, qualora fosse stata lei la prescelta, l’amore, guarda caso, della donna più bella: Elena. Sappiamo quali disastrose conseguenze ebbe la decisione di Paride: una guerra terribile che sconvolse il mondo conosciuto.

Anche nel concorso di Miss Italia ci dev’essere stato qualche trucchetto con quel televoto che nessuno può controllare, ma nulla di grave a confronto della decisione di Paride, solo qualche polemica in sintonia con il grigiore dei nostri tempi laici.

Il professore doveva essere bene a conoscenza che la bellezza è il grande motore della storia e della cultura del mondo. Cosa sarebbe la nostra Terra senza bellezza? Non solo senza la bellezza dell’arte e della natura, ma anche quella del corpo. La bellezza come carta vincente, proprio la bellezza fisica con la sua forza di seduzione, di cui soltanto uno stupido moralismo crede di poter rinnegare il potere. Certo, poi tutto dipende da come sarà giocata questa carta vincente sul tavolo della vita. Ma intanto è fondamentale sapere che la natura, il destino, il Padreterno hanno voluto premiare qualcuno/qualcuna con questo dono straordinario che si contesero perfino quelle tre divinità dell’Olimpo.

È questo che dimostra di sapere quel professore supplente di ragioneria, forse un precario della scuola a cui andrebbe fatto un concorso riservato per mandarlo a insegnare stabilmente ai ragazzi affinché imparino cosa significhi vivere, lavorare, senza pensare che soltanto con il famoso pezzo di carta ci si può far strada onestamente nella vita. Sì, andare avanti usando proprio la bellezza, eppur non conoscendo Manzoni e Petrarca.

Non inneggio all’ignoranza, ma alla diversità, al diritto di essere orgogliosi perché belli e perché la bellezza può essere strumento di successo, senza doversene vergognare. E invece sembra doveroso e moralmente corretto dire: «È bella ma anche...», come se quel ma anche che si aggiunge consenta un riscatto da quella cosa immorale e antiegualitaria che è la bellezza. Questo prudente atteggiamento moralistico lo si è visto anche al concorso di Miss Italia. Le ragazze da premiare non devono essere soltanto belle, per carità! E allora ecco le giovinette in fiore declamare le loro virtù e le loro conoscenze per mostrarsi belle e colte, belle e grondanti moralità.

Miss Italia diventa un’offesa ideologica alla bellezza. Un paio di gambe, un sedere, un seno due occhi intensi e una bocca sensuale non possono essere semplicemente belli e la proprietaria di questo ben di dio non può essere premiata solo per questa sua fortuna. No, deve essere anche bella dentro, essere belle fuori non basta. Si faccia allora un concorso per le belle dentro e si rispetti il millenario significato culturale della bellezza che appare e si manifesta gloriosa ai nostri sguardi. E gli ipocriti non vadano a fare i giurati dei concorsi di bellezza. Qualche volta mi è toccato fare il giudice, mai a Salsomaggiore, e ho sempre premiato una bella oca, spiritosa e intelligente, senza pretendere, come Paride l’amore della donna più bella.