In eredità un paio di Nobel e lo slang di Woody Allen

Nel Paese ci sono ancora 180mila madre-lingua. Il caso Brooklyn e le profonde influenze sull'inglese

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale tra i 13 e i 17 milioni di persone in Europa e America parlavano l'yiddish come lingua madre. Oggi si calcola che ne siano rimaste meno di un milione. Per questo l'Unesco ha inserito l'antica lingua delle comunità ebraiche centro-europee nell'elenco degli idiomi in via di estinzione. In yiddish si esprimeva circa l'85% degli ebrei uccisi nei campi di concentramento nazisti, ma il lento prosciugarsi è continuato anche dopo la Shoah, con l'assimilazione in Occidente e l'emigrazione in Israele, dove, salvo alcuni quartieri di Gerusalemme e centri come Bnei Brak, l'yiddish è praticamente scomparso a favore dell'ebraico moderno.

La lingua in sè è qualche cosa di unico: nata nelle comunità della Germania medioevale, nella zona renana, cuore dell'antica Ashkenaz, nome ebraico dell'Europa centrale e della Germania (da cui il termine askenazita), si è subito arricchita di termini semitici, utilizzati nell'ebraico e nell'aramaico delle Sacre scritture. Alle due radici (quella germanica pesa per circa il 70%) si sono aggiunte le influenze slave, mano a mano che la popolazione ebraica medievale cercava spazio e sopravvivenza nelle terre dell'Europa Orientale, Russia e Polonia soprattutto.

A partire dalla seconda metà dell'Ottocento l'emigrazione da quelle zone verso gli Stati Uniti ha creato una nuova area di diffusione. Gran parte degli ebrei orientali arrivati in America in quel periodo finiva per assestarsi nella zona di New York e nel 1915 il giornale in yiddish pubblicato in città, Forverts (oggi esiste ancora online con il nome inglese di Forward) vendeva più copie del New York Times di allora.

Secondo il censimento del 2010 negli Usa ci cono ancora 178mila persone che dichiarano di parlare yiddish in casa (113mila vivono nell'area di New York, in particolare a Williamsburg, la zona di Brooklyn dove la serie Unorthodox è ambientata). Ma l'importanza di una lingua non è solo questione di numeri. Un premio Nobel, Isaac Bashevis Singer (premiato nel 1978 e morto nel 1991, nato in Polonia e naturalizzato americano) scriveva in yiddish. Un altro, Saul Bellow (canadese diventato poi statunitense), era bilingue e ha tradotto in inglese libri di Singer come «Gimpel l'idiota». Un altro autore notissimo, Isaac Asimov, tra i re della fantascienza (emigrato negli Usa con la famiglia dalla regione russa di Smolensk), ha sempre scritto in inglese ma è cresciuto parlando yiddish. L'influenza dello slang newyorkese, ricco di termini ebraici, ripresi molto spesso da scrittori come Woody Allen, ha poi innestato molti termini della lingua degli ebrei orientali nell'inglese «ufficiale».

Il termine bagel (la ciambella rotonda per cui gli americani vanno matti) arriva dall'yiddish. Leggendo un giornale americano capita spesso di incontrare termini come «chutzpah» (faccia tosta) o come «mensch» (una brava persona). Molti tra gli insulti che si ascoltano nei film made in Usa arrivano dai vecchi ghetti: «schmuck», idiota, o, peggio, «schlong», l'organo sessuale maschile.

In qualche caso l'yiddish fa capolino anche in espressioni usate in italiano. Un solo esempio: il Golem, essere mostruoso plasmato nell'argilla, antenato di Frankenstein, protagonista di innumerevoli trattazioni fantastiche, ha le sue origini nelle leggende del folklore ebraico medievale e dalla letteratura in yiddish.

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