ERRI DE LUCA Negli abissi della montagna

La sfida alla paura, il senso di nomadismo, l’adrenalina, la bellezza e il rispetto delle cime: ecco ciò che muove gli alpinisti estremi a esplorare e scalare

Pubblichiamo l’intervento di Erri De Luca, scrittore con la passione dell’alpinismo e ottimo climber, dal titolo «Ma in montagna vince l’arte della fuga» ospitato sul nuovo numero della rivista Vita e pensiero che sarà in edicola e in libreria da lunedì 4 luglio. Si tratta di una riflessione sui «fondamenti» filosofici dell’alpinismo.Si muore maledettamente presto in montagna, come in tanti altri accidenti, ma con un malincuore in più. Perché si va a salire verso la preferita geografia e ci si affida, in cerca di accoglienza o di passaggio. Cadere per proprio errore e per forza maggiore è imbattersi in un tradimento. Si muore in montagna lasciando a chi resta il pensiero che quello era il miglior posto in cui perdere tutto. Ogni alpinista sottoscrive con se stesso una clausola di preferenza: consegnarsi lassù anziché in un letto di ospedale, in un groviglio di rottami su una strada, giù da un cantiere o, se soldato, di uranio impoverito. Ogni alpinista mette nel conto l’incidente, una volta per tutte poi non ci pensa più. La montagna si affaccia presto nei racconti dei popoli. I Greci e i Tibetani fissarono lassù dimore ai loro dèi, negandosi il diritto di andarli a disturbare, ma pure con intento di separazione. La nostra scrittura sacra mischia di più l’alto e il basso, è volentieri alpinistica: l’Ararat su cui poggia il bastimento di Noè, il monte Moria dove Abramo sguaina il coltello sulla gola del figlio, il Sinai di Mosè, il Monte di Dio a Gerusalemme. La montagna si è accampata per tempo all’orizzonte, le salite prendono posto nei sogni. Quello di Giacobbe a Bet El è una scala da terra fino al cielo, già un desiderio di ascensioni. In quel sogno salgono e scendono solamente gli angeli, ma un uomo intanto sta a guardare e impara. Ho incontrato qualche scalatore di Himalaya. Non parlano di pericoli, raccontano difficoltà. Una tempesta in alta quota, fulmini a scroscio, calarsi per difesa in un crepaccio lasciando lontane le piccozze che possono attirare le scariche; resistere nella fessura di ghiaccio per ore, poi essere costretti a uscire sotto la tempesta che non smette, per evitare la notte e il gelo nel crepaccio. Un passaggio difficile di roccia sopra gli ottomila metri senza aiuto di ossigeno: gli ultimi metri del canale terminale del Lhotse sulla via degli Svizzeri, sotto i piedi duemila metri di parete e di vuoto: parlano di difficoltà gli alpinisti, non di pericoli. Cosa trascina così lontano da valle, dai bordi accoglienti della vita elettrica e a motore? C’è dentro la specie umana il granello di pepe di andare a esplorare, a frugare i deserti della terra emersa. Quando le mappe furono complete, cominciò l’alpinismo. Lassù c’era posto senza traccia di uomo. E ci sono ancora più di cento cime sopra i settemila metri non ancora raggiunte. Hans Kammerlander, che ha scalato tredici dei quattordici giganti sopra gli ottomila metri, non ha voluto chiudere la serie. Questo atto di rinuncia è per me il più profondo omaggio alla natura schiacciante di quelle quote. È un atto di umiltà che si prolunga, ogni anno che passa lui rinuncia. Ma non è solo il granello di pepe di trovarsi nelle vastità più alte del pianeta. C’è in un alpinista il desiderio di staccarsi da mura e rimettersi nella corrente dei viaggi a piedi con la casa in spalle. Tornare nomadi, accamparsi ogni sera in una tappa diversa. Si restringono i bisogni al necessario minimo, comprese le parole che sono tutte utili a un da farsi. Si scioglie neve su un fornello a gas per procurarsi acqua, si scava una piazzola per piantare una tenda, ancorarla robusta contro il vento. E ancora, alpinismo è arte della fuga. A valle si celebrano le cime raggiunte, non quelle mancate, forzati a rinunciare da ostacoli improvvisi, minacce scatenate da vento, nebbia, fulmini, valanghe. Allora l’alpinista deve ammettere in tempo la partita persa, anche se sta a un tiro di sasso dalla cima e mettere ogni forza per tornare indietro. L’alpinismo è spesso più avventuroso e micidiale in discesa. L’uomo di montagna deve allora essere stratega ed eseguire l’arte della fuga, una ritirata in ordine perfetto perché non sia una rotta precipitosa, sbaragliata. Infine c’è il carato della bellezza che si rivela a forza di aumentare di quota, forzare l’orizzonte. Allora di notte le stelle stanno intorno e addosso, non solo sul soffitto. In cerca del carato di bellezza si avviano su pendii scoscesi, su pareti a strapiombo i volontari della scala di Giacobbe, che fanno le veci terrene degli angeli del sogno, salendo e scendendo gli infiniti gradini, sbucando al di là delle nuvole.

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