Egitto, lo sgombero delle piazze è una carneficina: almeno 278 morti

Lo sgombero dei sit-in finisce nel sangue: 278 morti. Attacchi alle chiese. Mohamed El Baradei lascia il suo posto

Egitto, lo sgombero delle piazze è una carneficina: almeno 278 morti

Lo sgombero dei sit-in organizzati da oltre da un mese dai sostenitori del deposto presidente Mohamed Morsi si è trasformato in una carneficina. Sono 278, secondo la stima più bassa, fornita dal ministero della Salute, i morti nelle proteste che da questa mattina sconvolgono il Cairo, 1400 i feriti.

Dalle quattro di questo pomeriggio, il presidente del governo ad interim, Adly Mansour, ha dichiarato uno stato d'emergenza che durerà per un mese e che darà maggiori poteri alle forze dell'ordine, nel tentativo di venire a capo di una situazione rapidamente degenerata da quando, il tre luglio scorso, l'esercito ha deposto il primo governo eletto democraticamente nella storia del Paese. Quattordici delle ventisette province saranno sottoposte a un coprifuoco dalle sette di sera alle sei del mattino.

Il vice presidente e Nobel per la pace Mohamed El Baradei, che dal 2011 è il volto più conosciuta della rivoluzione, ha rassegnato in serata le sue dimissioni. Nella sua lettera al presidente ha sottolineato che c'erano altre opzioni, diverse dalla violenza, per porre fine alla crisi politica. Con lui si sarebbero dimesse altre otto persone.

Otto dirigenti dei Fratelli Musulmani - secondo fonti ufficiali - sono stati arrestati in serata. Tra di loro ci sarebbero Mohamed Beltagi, segretario generale di Giustizia e Libertà, la cui figlia è morta nel pomeriggio a Rabaa. Poi i dirigenti Essasm El Erian e Safwat Hegazy e il portavoce Ahmed Aref. Il governo non ha confermato i nomi, ha però detto che diversi esponenti del partito sono stati arrestati e sono sotto interrogatorio.

Le vittime

Tra le persone che hanno perso la vita ci sono sia civili che uomini della polizia. Secondo le autorità 43 le vittime in divisa. Sono poi 61 le persone morte a Rabaa, in 21 sono rimasti senza vita nel più piccolo presidio di Nadah. Secondo la Fratellanza Musulmana il numero totale delle vittime sarebbe notevolmente superiore a quello dichiarato dalle autorità, fino a duemila morti.

Tra le vittime degli scontri di oggi anche due giornalisti. Intorno alle tre, Sky News ha ufficializzato una notizia che aveva iniziato a circolare, confermando la morte del suo cameraman Mick Deane. Morta anche Habiba Ahmed Abd Elaziz, reporter 26enne di Xpress, pubblicazione sorella di Gulf News.

Deane si trovava al Cairo con il team che sta seguendo l'evolversi della situazione per Sky, la giornalista araba invece aveva preso alcuni di giorni di ferie per tornare nel Paese d'origine. Secondo i famigliari è rimasta uccisa da un colpo di arma da fuoco a Rabaa.

A Rabaa è rimasta uccisa anche Asmaa Beltagi, figlia sedicenne di Mohamed Beltagi, leader di Giustizia e libertà, partito espressione della Fratellanza Musulmana. Il campo, il più grande dei due creati dai sostenitori di Morsi, è stato sgomberato soltanto intorno alle sette di sera.

Le televisioni di Stato egiziane hanno sottolineato durante la giornata che molti tra i Fratelli Musulmani erano armati. 540 i manifestanti "facinorosi" arrestati.

Scontri in tutto il Paese

Gli scontri non hanno interessato soltanto il Cairo. Nella provincia di Fayoum, a sud della Capitale, secondo il ministero della Salute, i morti sarebbero almeno 35. Cinque le vittime nella provincia di Suez, una quarantina i feriti.

Sotto attacco almeno tre chiese copte, che sarebbero state date alla fiamme. In serata, il ministro dell'Interno ha confermato attacchi sette edifici religiosi. A fuoco anche l'edificio del ministero delle Finanze. Fallito un tentativo d'attacco alla biblioteca d'Alessandria. Un gruppo di criminali - secondo un reporter della France Press - è stato bloccato in tempo dagli uomini della sicurezza.

Da più parti sono arrivate risposte alle violenze di oggi. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, ha ricordato che non sono "la risposta alla crisi egiziana". Ahmed al Tayeb, imam di al-Azhar, la principale istituzione dell'Islam sunnita, che a luglio aveva appoggiato l'esercito, ha condannato lo spargimento di sangue, chiarendo che "non era al corrente della decisione di mettere fine ai sit-in". Ha anche invitato nuovamente tutte le parti al dialogo, come fa da giorni.

@ACortellari

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