Giovane, liberale e laboriosa Il nuovo miracolo è la Polonia

Manodopera qualificata e conveniente, mercato in rapida crescita, un popolo ansioso di riscatto. Varsavia è l'unica scampata alla recessione. E non ha l'euro

Giovane, liberale e laboriosa  Il nuovo miracolo è la Polonia

Molti italiani si stanno domandando in questi giorni come mai l'appalto per i nuovi autobus milanesi sia stato vinto da un'azienda polacca, perché la Electrolux voglia trasferire la produzione dei suoi elettrodomestici dal Veneto in Polonia e perché i costi di produzione della stessa vettura Fiat nello stabilimento polacco siano un quarto di quelli del Bel Paese. La risposta è semplice: di tutti i Paesi dell'ex patto di Varsavia passati dall'economia di comando all'economia di mercato ed entrati poi nella Ue dieci anni fa, la Polonia è quella che ha fatto meglio di tutti, cominciando la grande trasformazione subito dopo la caduta del muro - Balcerowicz, il padre delle grandi privatizazzioni, meriterebbe un premio Nobel - e diventando ben presto un terreno ideale per gli investimenti stranieri. Una manodopera qualificata ma ancora a buon mercato, un popolo ansioso di riscatto, un mercato in rapida crescita e una Borsa ben funzionante hanno attirato giganti dell'elettronica, dell'automobile e dell'aeronautica, che hanno ridotto gradualmente la disoccupazione e permesso una crescita costante e in certe fasi impetuosa del Pil. Vent'anni fa, esso era un quarto di quello della Germania, con cui la Polonia è entrata nel frattempo in una proficua simbiosi economica, adesso è circa la metà. Il maggior vanto di Varsavia è quello di essere stato l'unico Paese della Ue a non essere mai andato in recessione durante la grande crisi; ma altrettanto encomiabile è stato l'uso fatto in questi anni dei fondi di coesione europei, che hanno consentito la costruzione di infrastrutture moderne ed efficienti.

Perfino la politica ha funzionato relativamente bene. C'è stata una alternanza di destra e sinistra al governo, ma anche gli ex-comunisti - naturalmente trasformatisi in socialisti - hanno sposato il libero mercato e favorito le liberalizzazioni. Da sette anni, poi, il Paese è una specie di unicum in Europa, con un governo di centro-destra capeggiato da Piattaforma civica e presieduto da Donald Tusk e una opposizione di destra, il partito Legge e Giustizia, guidato dal superstite dei gemelli Kaczynski (il fratello, che era presidente della Repubblica, perì in un incidente aereo mentre si recava in Russia per una cerimonia alle fosse di Katyn). Solo ultimamente, in seguito a una brusca caduta di popolarità del premier, il sistema è entrato un po' in crisi. A settembre Solidarnosc, il mitico sindacato che tanto contribuì ad abbattere il regime comunista, ha organizzato una gigantesca manifestazione a Varsavia e due mesi fa Tusk ha ritenuto opportuno operare un rimpasto di governo, sostituendo il ministro dell'Economia Rastowski, uno dei protagonisti del «miracolo» ma dall'immagine un po' logorata, con un giovane banchiere di scuola olandese dal nome impronunciabile, Mateusz Szczurek. Ma si tratta di un cambiamento, per così dire, cosmetico: il premier ha ritenuto opportuno rinnovare la sua squadra in vista delle elezioni del 2015, ma la politica economica, che quest'anno vedrà una crescita modesta (1,1%), comunque superiore alla media europea, rimarrà la stessa. Naturalmente, oltre alle tante luci, ci sono anche parecchie ombre. All'inizio del secolo, milioni di polacchi furono costretti a emigrare Paesi più avanzati della Ue. Una elezione in Francia si è addirittura svolta sotto l'incubo dell'idraulico polacco, che sarebbe venuto a rubare il lavoro - grazie ai prezzi più bassi - ai suoi colleghi transalpini, e in Gran Bretagna una decina d'anni fa l'arrivo massiccio di lavoratori dalla Polonia provocò una specie di rivolta. Grazie ai progressi del reddito pro capite, molti di costoro sono nel frattempo rientrati, anche se la disoccupazione rimane alta (13%), il tasso di occupazione basso (66% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, contro una media Ue di 72), e nelle campagne dell'Est, più lontane dalla Germania e più vicine alla Bielorussia, permangono preoccupanti sacche di povertà. Altre pecche - curiosamente simili a quelle italiane - sono la lentezza della giustizia, l'inefficienza della pubblica amministrazione e un eccesso di burocrazia che - se non corrette - renderanno il Paese meno attraente per gli investimenti stranieri. É un costante tema di discussione se, per la Polonia sia stato un vantaggio o uno svantaggio rimanere fuori dall'Euro. Probabilmente, l'ha aiutata a superare la crisi. Non a caso, è uno dei pochi Paesi della Ue in cui non esiste un partito euroscettico. Visto che, nel periodo 2014-2020 riceverà da Bruxelles altri 142 miliardi di Euro di fondi di coesione, sarebbe strano il contrario.